Vaccini e anticorpi monoclonali, le cure del presente e del futuro contro la pandemia

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Dopo un anno dallo scoppio della pandemia e dai primi incontri per parlare di cure e di possibili vaccini, quelle che a inizio 2020 erano solo ipotesi, oggi sono realtà. Le risposte alle domande e ai dubbi sull’efficacia dei vaccini, sul ruolo degli anticorpi monoclonali, su eventuali effetti collaterali o resistenza alle varianti del Covid-19 e sulle prospettive di uscita dalla pandemia sono state al centro della conferenza online dal titolo Vaccini e Anticorpi Monoclonali: Nuove Strategie di Cura, organizzata dal Centro Studi Americani in collaborazione con Edra e moderata dall’onorevole Beatrice Lorenzin, deputata e coordinatrice Health&Science Bridge, già Ministro della Salute. “Oggi l’aspetto prioritario è fermare la circolazione del virus e bloccare le varianti”, afferma il prof. Claudio Pignata, immunologo dell’Università Federico II di Napoli. “Per fare questo è importante favorire la copertura vaccinale della popolazione ed è essenziale la rapidità con cui la campagna vaccinale va portata avanti.”

Oggi la disponibilità di vaccini è una ricchezza, ma la distribuzione va valutata a seconda della tipologia di soggetti e di fasce d’età, come ricorda il prof. Daniele Notarangelo, del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, Washington DC: “Siamo in una situazione in cui si deve procedere nei tempi più rapidi alla vaccinazione di massa. Dobbiamo tenere presente che abbiamo vaccini diversi, con natura chimica diversa, alcuni basati su RNA e altri veicolati tramite virus e abbiamo soggetti diversi e fasce età diverse; dobbiamo tenere conto di questi fattori per programmare l’intervento vaccinale più efficace. I vaccini a base di RNA richiedono 2 dosi. Questi vaccini danno una risposta efficace anche nei confronti delle varianti, con una minore efficacia sulla variante Sudafricana, e i risultati si hanno in particolare solo dopo la seconda dose. I vaccini a base di virus che divengono vettori hanno efficacia maggiore già a partire dalla prima dose. Gli anziani hanno una risposta diversa dai soggetti giovani, quindi vanno protetti in maniera più aggressiva e devono ricevere le due dosi in modo ravvicinato. Lo stesso gli operatori sanitari e i soggetti che hanno patologie che li rendono vulnerabili. Per i soggetti giovani è diverso: per questo potrebbero essere vaccinati con il vaccino AstraZeneca.”

“A distanza di 1 anno abbiamo 73 vaccini già in sperimentazione clinica, 21 che hanno raggiunto lo stadio finale per andare in sperimentazione umana, 78 in fase preclinica (in vitro e su animali). Questo era un risultato impensabile soltanto 1 anno fa”, commenta Giuseppe Novelli, genetista e professore di Genetica Medica presso l’Università Tor Vergata di Roma e l’Università del Nevada negli Stati Uniti. “Lo scorso anno parlavamo di monoclonali perché non sapevamo quale sarebbe stata la situazione dei vaccini. Oggi siamo vicini al risultato. Non ci sono vaccini di serie A e di serie B, anche perché le Agenzie del farmaco sono molto serie e quelli che vengono approvati sono efficaci. Ci può essere un vaccino più adatto di altro per determinate categorie. I risultati ottenuti in Inghilterra e Scozia sono incredibili e lì hanno usato più che altro Astra Zeneca: l’analisi sul campo supera ogni sperimentazione. L’obiettivo è impedire la circolazione del virus”, prosegue Novelli. “Le varianti originano dove c’è stato meno controllo del virus. Secondo i primi dati, anche i vaccinati iniziano ad avere una diminuzione di infettare. Sugli anticorpi monoclonali guardiamo con grande fiducia, perché i vaccini non bastano, abbiamo anche pazienti da curare ma il plasma iperimmune, su grandi numeri, non ha funzionato. Attualmente gli anticorpi monoclonali sono tanti, una cinquantina, in fase di sperimentazione. Quelli già disponibili, sono un paio, ma sono i primi; quelli nuovi possono avere risultati sulla risposta a cellulo-mediata e stanno dando risultati interessanti. Resta il problema dei costi e degli investimenti sul processo produttivo. Per questo – conclude – il rapporto pubblico privato per questo tipo di tecnologie è fondamentale.”