Tumori del fegato “trascurati” a causa di Covid-19

164

Uno studio coordinato dal Barcelona Clinic Liver Cancer e dal Policlinico di Milano ha messo in luce gli effetti negativi della pandemia da coronavirus anche sulla diagnosi e cura dei pazienti con tumore primitivo del fegato. Al Policlinico ridisegnati i percorsi sin dalle prime settimane per tutelare i pazienti e minimizzare i rischi di contagio. La pandemia da Covid-19, in particolar modo nella prima ondata, ha stravolto moltissimi aspetti della salute: dalle diagnosi precoci, ai percorsi di cura, fino alla possibilità di proseguire i controlli in sicurezza per i pazienti cronici. Ne è seguito un peggiorato generale dell’assistenza a tanti malati a livello globale, con rischio di compromissione anche per i pazienti con tumore al fegato: a dimostrarlo è lo studio CERO-19, ideato dal Barcelona Clinic Liver Cancer – Hospital Clinic di Barcellona e dal Policlinico di Milano, presentato al summit internazionale della società europea per lo studio del fegato (EASL).

Lo studio ha coinvolto 76 centri di tutto il mondo (Europa, Nord America, Sud America, Africa e Asia) con alta specializzazione per le patologie epatiche. Analizzando l’assistenza ai pazienti oncologici nel periodo marzo-giugno 2020, che ha coinciso con la prima ondata del coronavirus: “L’87% delle strutture ha dovuto modificare la gestione del paziente con tumore primitivo del fegato proprio a causa della pandemia”, spiega Massimo Iavarone, epatologo dell’Unità di Gastroenterologia ed Epatologia del Policlinico di Milano e coordinatore italiano dello studio. “Questo ha portato a rallentare le procedure di screening per il tumore, e persino le procedure di diagnosi, stadiazione e valutazione della risposta al trattamento. Alcune di queste modifiche potranno portare a ritardi di diagnosi e cura del cancro, potenzialmente riducendo l’accesso a terapie efficaci e quindi modificando la prognosi dei pazienti.”

Lo studio CERO-19 si componeva di 2 parti: la prima ha puntato a comprendere l’impatto della pandemia sulla gestione dei pazienti affetti da tumore primitivo del fegato; la seconda ha raccolto le informazioni relative ai malati, per valutare l’impatto della pandemia sulla loro sopravvivenza nel tempo. I tumori del fegato hanno un impatto importante a livello mondiale: le stime parlano di 800mila nuove diagnosi e di almeno 700mila morti causate da questa patologia ogni anno. “La consapevolezza dell’impatto che Covid-19 avrebbe provocato nella gestione dei pazienti oncologici ha però portato la Gastroenterologia ed Epatologia del Policlinico di Milano – dichiara il direttore, Pietro Lampertico – a mettere in atto sin dalle prime settimane della pandemia una nuova organizzazione per tutelare i nostri pazienti dal rischio di contrarre l’infezione, riuscendo allo stesso tempo a garantire la continuità delle cure per il tumore. Il tutto in collaborazione con gli altri specialisti del Policlinico coinvolti nella gestione multidisciplinare del tumore primitivo del fegato.” Tra le unità coinvolte, quella di Chirurgia Generale e Trapianti di Fegato, diretta da Giorgio Rossi, quella di Radiologia, diretta da Gianpaolo Carrafiello. “Abbiamo messo in atto da subito una sorveglianza attiva sia sul personale sanitario coinvolto nella gestione dei malati sia su tutti i pazienti ricoverati, per identificare potenziali soggetti asintomatici, riducendo il rischio di infezione ospedaliera. L’attività di trattamento del tumore – conclude Iavarone – si è ridotta solo nelle prime settimane della pandemia, così come l’attività ambulatoriale e di diagnostica radiologica, per essere ripristinate subito dopo. Le riunioni multidisciplinari, che abbiamo continuato ad effettuare in modo virtuale hanno permesso di scegliere il miglior trattamento per il paziente.”