Tumore della vescica. Il DNA urinario dice chi sarà più a rischio recidive dopo immunoterapia

Arrivare presto. E non sottovalutare l’ematuria, ovvero la perdita di sangue con le urine. La diagnosi precoce del tumore della vescica è fondamentale per migliorare la prognosi e il successivo trattamento. Ma poi, una volta seguite le cure, appare fondamentale capire quali pazienti potrebbero essere a maggio rischio di sviluppare recidive per impostare approcci mirati. In questo senso, potrebbe aiutare un semplice esame, come rivela una ricerca apparsa su Science Direct. Si tratta del test del DNA tumorale urinario (utDNA), che può aiutare a prevedere quali pazienti affetti da tumore alla vescica siano a maggior rischio di recidiva dopo il trattamento.

Nello studio sono stati impiegati i dati relativi all’utDNA di pazienti dello studio SWOG S1605, trattati con un farmaco immunoterapico (atezolizumab). I ricercatori hanno utilizzato il test UroAmp per esaminare campioni di urina di 89 pazienti all’inizio del trattamento e di 77 pazienti 3 mesi dopo. L’obiettivo era verificare se l’utDNA potesse aiutare a identificare quali pazienti affetti da tumore alla vescica avessero maggiori probabilità di rispondere all’immunoterapia. “Questo approccio potrebbe contribuire a migliorare l’assistenza ai pazienti indirizzando trattamenti più efficaci e supportando piani di trattamento più personalizzati”, segnala in una nota dell’ateneo americano Robert Svatek, dell’University of Texas di San Antonio. “Significa che potremmo essere in grado di personalizzare la terapia in tempi più rapidi, ridurre i ritardi inutili e aiutare i pazienti a evitare interventi chirurgici importanti senza compromettere la qualità delle loro cure.”

Lo studio SWOG ha testato il farmaco in pazienti con cancro alla vescica ad alto rischio che non avevano risposto al trattamento con BCG (Bacillus Calmette-Guérin), impiagata per il trattamento del cancro alla vescica in fase iniziale. I campioni sono stati raccolti dai partecipanti prima del trattamento e nuovamente tre mesi dopo. I ricercatori hanno utilizzato il test UroAmp, un test delle urine non invasivo che rileva mutazioni correlate al cancro alla vescica, per analizzare l’utDNA e generare un profilo genomico per ciascun paziente. Hanno scoperto che i livelli di utDNA erano correlati alla risposta dei pazienti dopo 6 mesi e alla durata della loro assenza di tumore nell’arco di 18 mesi. I pazienti con risultati positivi all’utDNA avevano meno probabilità di rispondere e più rischi di una recidiva del tumore.

Secondo l’American Cancer Society, il cancro alla vescica è il sesto tumore più comune negli Stati Uniti, con oltre 83mila nuovi casi diagnosticati ogni anno; di questi, circa il 75% è non muscolo-invasivo, ovvero il tumore non ha ancora invaso il muscolo vescicale. Lo studio offre nuove speranze ai pazienti con cancro alla vescica ad alto rischio, dimostrando che un test del DNA urinario può aiutare a prevedere chi ha maggiori probabilità di beneficiare dell’immunoterapia. Identificando precocemente la risposta al trattamento. Non solo: questo approccio potrebbe orientare un’assistenza più personalizzata e rispettosa dell’organo, riducendo la necessità di interventi chirurgici più invasivi.