
Lo studio Proteus, recentemente presentato al Congresso Annuale dell’American Society of Clinical Oncology ASCO 2026, ha dimostrato che l’aggiunta di apalutamide alla terapia di deprivazione androgenica ADT prima e dopo la prostatectomia radicale riduce il rischio di metastasi o morte del 20% e prolunga il periodo libero da ulteriori terapie oltre 6 anni. I risultati sono stati pubblicati anche sul New England Journal of Medicine. Nonostante i risultati eccellenti, ha però suscitato qualche malumore e qualche critica. La riserva riguarda il disegno dello studio, come evidenzia il prof. Stefano Pergolizzi, presidente dell’Airo e ordinario di Radioterapia all’Università di Messina, che in una nota invita a leggere i dati in una prospettiva più ampia: “I risultati confrontano una strategia di intensificazione ormonale sistemica con la sola ADT, ma non include un braccio con radioterapia”, sottolinea. “Si tratta di un limite sostanziale, non di un dettaglio metodologico minore. Non è possibile, sulla base dei dati presentati, stabilire una reale superiorità o anche solo un vantaggio comparativo rispetto alle strategie radioterapiche attualmente consolidate.”
Anche Guglielmo Mantica, professore Associato di Urologia della Clinica Urologica di Genova, pur riconoscendo l’importanza dello studio, sembra andare oltre Pergolizzi, aggiungendo: “Lo studio Proteus non ci dice che la chirurgia è migliore della radioterapia, né il contrario”, afferma. “Ci dice che, nei pazienti ad alto rischio selezionati per un trattamento chirurgico, l’aggiunta di apalutamide migliora risultati clinicamente rilevanti. È un messaggio importante, che rafforza il concetto di terapia multimodale e sottolinea ancora una volta il valore della discussione multidisciplinare caso per caso.”
















