Tumore prostata e qualità di vita: nessuna differenza tra chirurgia robotica e chirurgia a cielo aperto

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A tre mesi dall’intervento non esiste alcuna differenza significativa sul mantenimento della funzione sessuale e della continenza urinaria tra coloro che, affetti da tumore della prostata, sono stati sottoposti a chirurgia robotica o chirurgia aperta tradizionale. Sono queste le conclusioni di uno studio pubblicato sulla rivista scientifica the Lancet da un gruppo di ricercatori australiani. “La chirurgia a cielo aperto è stata a lungo l’approccio dominante per il trattamento del carcinoma prostatico localizzato. Attualmente però molti urologi raccomandano per questi pazienti il metodo robotico”, afferma l’autore Robert ‘Frank’ Gardiner, MD, University of Queensland Centre for Clinical Research, Brisbane, Australia. “Molti medici sostengono che i benefici della tecnologia robotica conducano a un miglioramento della qualità della vita e dei risultati oncologici. Il nostro studio randomizzato, il primo nel suo genere, non ha trovato alcuna differenza statistica in termini di qualità di vita tra i 2 gruppi a 12 settimane di follow-up”, precisa il ricercatore. “I pazienti verranno ora seguiti per un totale di 2 anni, al fine di valutare appieno gli esiti nel lungo termine, anche per quanto riguarda la sopravvivenza dal cancro”. Per arrivare a queste conclusioni, 308 uomini con carcinoma prostatico sono stati randomizzati a ricevere chirurgia robotica (157) o prostatectomia radicale (151) e sono stati seguiti per le 12 settimane successive all’intervento. Tutte le operazioni sono state condotte da 2 chirurghi del Royal Brisbane e Women’s Hospital. Dall’analisi dei dati a 12 settimane è stato osservato che per la funzione sessuale e la continenza non vi era alcuna differenza tra i 2 gruppi. Inoltre, benché i pazienti sottoposti a chirurgia aperta abbiano in media passato più tempo in ospedale dopo l’intervento, entrambi i gruppi hanno trascorso lo stesso numero di giorni lontano da lavoro. I pazienti operati a cielo aperto hanno perso in media 3 volte più sangue e, nel periodo immediatamente successivo alla chirurgia, i pazienti sottoposti a chirurgia robotica avvertivano meno dolore ripotando una migliore qualità fisica di vita complessiva. Tuttavia, a 12 settimane queste differenze non erano più significative e i pazienti di entrambi i gruppi erano in grado di svolgere le stesse attività fisiche.
Certamente sarà interessante attendere i risultati oncologici a due anni per capire quanti soggetti dell’uno o dell’altro gruppo presenteranno delle recidive locali della malattia o metastasi a distanza. Per ora, per quanto riguarda la funzione sessuale e la continenza urinaria, sembra che essere operati con chirurgia robotica o tradizionale non produca alcuna differenza in termini di risultati. Per questo è da ritenere ingiustificata la ricerca sempre e comunque di quei centri o quei chirurghi che hanno a disposizione la nuova tecnologia. Bisogna invece fidarsi del chirurgo che abbia molta esperienza nel trattamento del tumore alla prostata, indipendentemente dalla tecnica che viene proposta.