Termoablazione contro i tumori

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Le tecniche di termoablazione sono basate sullo sviluppo di calore all’interno di una lesione target, raggiungendo una temperatura superiore a 60°. In oncologia queste causano la denaturazione delle proteine intracellulari e la dissoluzione dei lipidi di membrana, provocando la morte cellulare. Queste procedure possono essere effettuate nei confronti sia di tumori primitivi che secondari dei tessuti parenchimali (fegato, rene, polmone) e delle ossa. Si tratta di una terapia mirata che, nonostante la sua mininvasività, deve essere praticata in un Centro ospedaliero in grado di poter garantire tecnologie avanzate, alti livelli di esperienza, un team multidisciplinare, e la possibilità di effettuare follow-up, per far sì che il paziente sia selezionato accuratamente, in modo da poter trarre il miglior beneficio da questo tipo di trattamento.

“La termoablazione, a parte casi specifici come l’epatocarcinoma primario non è sostitutiva ma complementare alla chirurgia tradizionale e ai trattamenti medici, ed ha indicazioni ben precise, come il volume, il numero e la localizzazione delle lesioni tumorali”, dichiara il prof. Bruno Vincenzi, Professore associato di oncologia presso il Policlinico Universitario Campus Bio-Medico. “Per questo motivo è fondamentale che il paziente sia preso in carico da un team multidisciplinare. L’importante è infatti definire l’appropriatezza terapeutica: capire, cioè, qual è il paziente giusto e il momento giusto per eseguire questa procedura.”

“La scelta della miglior opzione terapeutica per affrontare la malattia, nel nostro Centro viene stabilita da un tumor board, costituito da un oncologo, un chirurgo, un radioterapista e un radiologo interventista, in funzione del tipo di tumore, della sua localizzazione ed estensione e delle condizioni generali di salute del paziente”, spiega il prof. Rosario Francesco Grasso, Responsabile della UOS Radiologia Interventistica del Policlinico Universitario Campus Bio-Medico. “L’obiettivo è quello di controllare la malattia e ridurre la sintomatologia associata. Il focus resta il miglioramento della qualità di vita del paziente, insieme ad un incremento dell’aspettativa di vita e, dunque, a una riduzione della mortalità.”