Spondiloartrite assiale, una patologia giovanile scambiata spesso con il mal di schiena

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Prima dei 30 anni il mal di schiena viene scambiato spesso con la lombalgia. In realtà si tratta spesso di una malattia infiammatoria, la spondiloartrite assiale. Per arrivare alla diagnosi di spondiloartrite assiale, malattia infiammatoria cronica articolare, servono in media 7 anni dall’inizio dei sintomi; 8 soggetti su 10 cominciano a star male prima dei trent’anni, con dolori e rigidità al fondo schiena che persistono e vengono scambiati per una semplice lombalgia, curata per mesi, o anni, soltanto con antinfiammatori non steroidei, antalgici e/o terapie fisiche. “La lombalgia infiammatoria è il primo sintomo della spondiloartrite assiale nella maggior parte dei pazienti, circa 3 su 4”, spiega il prof. Carlo Salvarani, direttore della Struttura Complessa di Reumatologia del Policlinico di Modena. “Purtroppo, in genere viene scambiata per un ‘semplice’ mal di schiena e la diagnosi arriva tardi, spesso quando già c’è una compromissione consistente della funzionalità con fusione della colonna vertebrale che diventa rigida e non flessibile, acquisendo l’aspetto a canna di bambù. Non di rado la terapia viene iniziata in fasi già avanzate di malattia.”

Recentemente, al congresso Eular 2021 sono stati presentati i dati dello studio COAST-Y, riguardante l’azione di un farmaco, ixekizumab, antagonista della IL-17A, che è in grado di fermare la progressione radiologica della malattia, cioè la creazione dei ponti ossei tra due vertebre (sindesmofiti), con fusione della colonna vertebrale, togliendo o riducendo sensibilmente il dolore alla schiena. Dall’analisi dei dati emerge che, con il farmaco ixekizumab, a 16 settimane di trattamento il 50% circa dei pazienti con spondilite anchilosante mai trattati con farmaci antireumatici modificanti la malattia, fino al 25% circa di quelli già trattati con TNF, e fino al 35% dei pazienti con la forma non radiografica hanno raggiunto un miglioramento di almeno il 40% segni e dei sintomi della malattia. “I dati presentati sulla nuova indicazione di questo farmaco, peraltro già ampiamente utilizzato per il trattamento di altre patologie infiammatorie croniche e conosciuto per il buon profilo di sicurezza, sono – conclude Salvarani – un’ottima notizia per questi pazienti.”