Solo il 20% delle partorienti ricorre alla partoanalgesia

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A diversi mesi dall’introduzione dell’analgesia nei LEA, la prof.ssa Maria Grazia Frigo, responsabile dell’Unità Operativa di Anestesia Ostetrica dell’Ospedale Fatebenefratelli di Roma, fa il punto sull’effettiva adozione a livello nazionale.

“Nonostante l’analgesia sia stata introdotta nei LEA il 18 marzo di quest’anno, la situazione nazionale non si è modificata, in quanto, delegando alle regioni l’applicazione delle indicazioni del piano sanitario nazionale, questo non si è tradotto nella maggior parte delle regioni in un DRG (Raggruppamenti omogenei di diagnosi). Si stima comunque che le partorienti che possano usufruire di un’analgesia in travaglio gratuita e istituzionalmente garantita 24 ore al giorno non superino il 20%. La modalità organizzativa “isorisorse”, in assenza di un vero e proprio investimento economico finanziario, determina una sorta di diseguaglianza e nega un diritto, a mio avviso inviolabile, a partorire senza dolore per libera scelta. L’eccessivo numero di punti nascita a bassa natalità, oltre ad aumentare un inappropriato ricorso al taglio cesareo con ricadute negative sulla sicurezza materno-feto-neonatale, determina una dispersione di risorse umane e compromette la possibilità di offrire un’analgesia su richiesta materna libera e gratuita 24 ore al giorno.”

“Il dolore del parto – prosegue Frigo – è comunque uno dei dolori acuti più intensi che si possano provare, secondario solo all’amputazione di un dito, ma ha una sola attenuante, ossia la finalità di gioia legata alla nascita che permette nella rielaborazione della percezione dolorosa e soprattutto nel ricordo, una diversa valutazione esperienziale. La paura del dolore può costituire un’aggravante e questo spesso in Italia è il motivo di un ricorso non giustificato al taglio cesareo per autodeterminazione o, peggio ancora, per fobia laddove non viene garantito il diritto di libera scelta nel parto indolore. Mi sono sempre chiesta per quale motivo una donna sana di mente voglia soffrire quando può ricorrere a una modalità sicura di controllo e vivere più consapevolmente e serenamente il proprio parto. Il controllo del dolore non deve essere considerato un optional o peggio un paracadute per donne psicologicamente fragili ma offerto, dopo un percorso di preparazione al parto scevro di fanatismi ideologici, e solo allora la partoriente potrà fare una scelta serena nel momento in cui si confronterà col proprio dolore.”

L’Italia detiene la percentuale più elevata di ricorso al taglio cesareo, pari al 38%, seguita dal Portogallo, con il 33%; tutti gli altri Paesi presentano percentuali inferiori al 30%, che scendono al 15% in Olanda e al 14% in Slovenia.

“Il facile ricorso al taglio cesareo in Italia, che peraltro ha una spiccata latitudine-dipendenza, essendo molto più elevato nelle regioni del centro-sud dove non a caso è più elevata anche la mortalità materna, può essere solo in parte giustificato da motivazioni di medicina difensiva ma è conseguenza della dispersione dei punti nascita, del prevalere della sanità privata e – conclude Frigo – dell’assoluta impossibilità in molte realtà di offrire un parto indolore in alternativa al parto cesareo.”