Telemedicina in Italia, a che punto siamo

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Le tecnologie digitali offrono in sanità innumerevoli opportunità tuttavia serve un sistema capace di recepirle. In Italia lo sviluppo di nuove soluzioni è all’avanguardia ma mancano le modalità per integrarle correttamente in veri servizi sanitari. Proprio sullo sviluppo della telemedicina, l’Istituto Superiore di Studi Sanitari Giuseppe Cannarella dedica la III Conferenza Nazionale sull’Assistenza Primaria, in programma a Roma il 15 novembre presso il Centro Congressi Auditorium Aurelia. All’incontro interverranno fra gli altri Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto superiore di Sanità, Francesco Gabbrielli, Direttore Centro Nazionale per la Telemedicina e le Nuove Tecnologie Assistenziali dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS); Serena Battilomo, Responsabile del Nuovo sistema informativo sanitario (NSIS) del Ministero della Salute; Kyriakoula Petrapulacos, Direttrice Generale della Direzione Cura della persona, salute e welfare – Regione Emilia-Romagna; Americo Cicchetti, direttore di Altems della Università Cattolica del Sacro Cuore; Mariapia Garavaglia, presidente dell’Istituto Superiore di Studi Sanitari e Francesco Venturini, amministratore delegato di Enel X.

RIPENSARE IL SISTEMA PER ACCOGLIERE L’INNOVAZIONE. “In Italia – spiega Francesco Gabbrielli – abbiamo dei mondi a velocità diverse: abbiamo un’attività di innovazione tecnologica prorompente da parte di imprese e centri di ricerca perché vengono prodotte continuamente nuove idee e possibilità ma il sistema sanitario nel suo complesso, sia per la parte pubblica sia privata, è in paragone in uno stato quasi immobile. Le spiegazioni sono molteplici: in primo luogo, i sanitari non si sentono ancora sicuri nell’utilizzo delle tecnologie digitali per erogare prestazioni sanitarie, inoltre il sistema sanitario è in grave ritardo nella definizione dei processi organizzativi necessari, anche per il ritardo nella formulazione di norme specifiche di settore.”

Il quadro in Italia delinea una situazione in cui le tante sperimentazioni locali devono ancora fare un salto di qualità per passare a diventare servizi reali su vasta scala. “Si tratta di un passaggio epocale che ha enormi conseguenze dal punto di vista della organizzazione del lavoro e delle responsabilità del medico. Ma anche una diversa organizzazione degli appalti di fornitura per questi sistemi”, sottolinea Gabbrielli. “Sono tutte questioni delicate che cominciano ora ad essere al vaglio dei decisori politici. È necessario del tempo per una discussione ampia per dipanare i dubbi e valutare i pericoli e le opportunità dell’evoluzione.”

CRITICITÀ NELLA PRATICA. Se da una parte le imprese sfornano novità a un ritmo incessante, dall’altra la comunità medico-scientifica appare prudente nell’uso di strumenti nuovi. “Non è una questione di diffidenza – prosegue Gabbrielli – ma è l’impossibilità di definire il rapporto costi-benefici nella pratica, perché non ci sono ancora le tariffe di remunerazione o norme chiare sulla responsabilità sanitaria in un lavoro fatto da più professionisti che si trovano in luoghi differenti tra loro e magari anche lontani dal paziente. Non ci sono norme adeguate a facilitare le partnership fra pubblico e privato nello sviluppo di progetti e servizi nuovi di telemedicina.”

Anche le gare di appalto per l’approvvigionamento da parte del pubblico di queste nuove strumentazioni devono seguire nuove regole. “I sistemi per fare bene la telemedicina vanno riprogettati ogni volta per ogni singolo territorio o utilizzo. Il che significa che non abbiamo bisogno di fornitori che offrono sistemi digitali tutti uguali al minor costo ma di un’offerta tecnologica adattata alle differenti situazioni, con il supporto di progettisti della azienda pubblica, ovvero tecnici e medici con specifiche competenze che lavorano in gruppo su questi processi di progettazione. È necessario un nuovo approccio dal momento che le tecnologie digitali inducono un cambiamento della sanità che investe la società oltre gli aspetti strettamente tecnici organizzativi del settore. La tecnologia digitale – commenta Gabbrielli – ci offre delle opportunità nuove, per la prima volta nella storia dell’uomo, ma non risolve i problemi. Siamo noi che dobbiamo strutturare dei nuovi servizi fatti in modo da accogliere in maniera positiva le innovazioni e adeguarle ai principi del servizio sanitario pubblico che vogliamo tutelare.”

ESEMPI VIRTUOSI. Il Centro nazionale per la Telemedicina dell’ISS sta seguendo alcune sperimentazioni di Telemedicina con l’obiettivo di assicurare l’accesso alle cure per tutti, anche nei territori svantaggiati. “Stiamo lavorando per definire dei modelli che possano essere presi ad esempio. Uno di questi è la costruzione di reti di telemedicina fra presidi ospedalieri di diverso livello, in zone a bassa densità di popolazione, come nelle aree appenniniche. Nei piccoli presidi, attraverso teleconsulti e televisite, i pazienti vengono trattati dagli specialisti senza la necessità di essere trasferiti. Se non si spinge su questi sistemi in aree scarsamente abitate o di montagna ci troveremo in difficoltà a erogare i servizi sanitari in vista dell’aumento dei malati cronici e dell’invecchiamento della popolazione.”

LE PROSPETTIVE DELLA BANDA 5G. Arriverà anche nel nostro Paese la connessione 5G che permetterà uno scambio di dati più veloce impensabile fino a pochi anni fa. “Potremo avere un sistema di macchine intorno all’uomo che lavora anche senza che l’uomo partecipi in modo continuo a manovrarle. Questa è una enorme possibilità – spiega Gabbrielli – per esempio per il trattamento dei malati cronici o in oncologia. Tuttavia la tecnologia non è priva di problematiche. La prima è la copertura del 5G su tutto il territorio visto che pretende una densità di punti di connessione molto più ampia.”

IL CONFRONTO CON GLI ALTRI PAESI. L’Italia produce tanta innovazione ma ne sfrutta poca. “Abbiamo il problema di mettere a sistema le innovazioni. Molti altri Paesi hanno risolto il problema o stanno risolvendo modificando le normative, come ad esempio la Francia che sta cambiando le norme sulla tariffazione. Ci sono esperienze in cui lo Stato ha iniziato a occuparsi della Telemedicina in maniera strutturata con lo scopo di cogliere al massimo le opportunità. Bisognerebbe fare lo sforzo di abbandonare l’idea di rincorrere l’ultima novità tecnologica illudendosi che essa colmi da sola le nostre lacune, ad esempio se ho un sistema 5G efficiente ma lo inserisco in un sistema sanitario incapace di far dialogare la cartella dell’ospedale con quella dei servizi territoriali e con l’anagrafe non ottengo dei risultati significativi. Il problema delle innovazioni digitali – conclude Gabbrielli – è che non sortiscono alcun effetto sistemico se non sono inserite in una innovazione di processo che va progettata e pensata in modo tale da usare al meglio la novità tecnologica.”