SIOT: “Violenza domestica emergenza sanitaria e sociale. Ortopedici possono intercettare segnali decisivi e avviare rete supporto”

Una frattura, una contusione, un trauma cranico, una lussazione, escoriazioni e lividi su più parti del corpo. Lesioni che possono apparire accidentali ma che, in alcuni casi, raccontano una storia diversa: quella di una violenza domestica ripetuta, non dichiarata, spesso sommersa per anni. Da questa consapevolezza nasce il primo corso di formazione Tornando a Casa, promosso dalla Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia SIOT nell’ambito della campagna nazionale dedicata alla formazione di Ortopedici e Traumatologi nel riconoscimento delle lesioni da violenza domestica. L’iniziativa, rivolta ai Medici in formazione specialistica in Ortopedia e Traumatologia delle Scuole della Lombardia, ai Direttori delle Scuole di Specializzazione e agli Ortopedici, si è svolta a Milano con il coordinamento scientifico della dott.ssa Erika Maria Viola, consigliere SIOT e coordinatrice della Commissione Pari Opportunità SIOT.

La violenza domestica rappresenta oggi una vera emergenza sanitaria e sociale. Secondo i più recenti dati Istat, in Italia il 31,9% delle donne tra i 16 e i 75 anni ha subito almeno 1 forma di violenza fisica o sessuale nel corso della vita; il 18,8% ha subito violenze fisiche. Numeri, ricorda la SIOT, che confermano quanto il fenomeno sia diffuso e, al tempo stesso, ancora in larga parte sommerso. Gli specialisti di Ortopedia e Traumatologia, soprattutto nei Pronto Soccorso, sono spesso tra i primi clinici a riscontrare le conseguenze fisiche della violenza attraverso l’esame clinico e le immagini radiografiche. Talvolta le lesioni sono esiti conclamati di violenza, ma più spesso presentano caratteristiche meno definite; perciò, saper leggere una frattura non come un episodio isolato, ma come possibile parte di una storia di abusi, può contribuire a interrompere un’escalation che dalle contusioni può arrivare a fratture ripetute, traumi cranici, ferite da arma da taglio o da fuoco, fino agli esiti più drammatici come il femminicidio. Obiettivo del corso è quindi formare gli specialisti a cogliere segnali spesso difficili da riconoscere, soprattutto in un contesto operativo complesso come quello del Pronto Soccorso: tempi ristretti, carichi di lavoro elevati, urgenze che si accumulano, necessità di prendere decisioni rapide e, al tempo stesso, di mantenere attenzione clinica, sensibilità relazionale e correttezza medico-legale.

“La violenza domestica può essere equiparata a una malattia: presenta elevata mortalità e morbilità, ha conseguenze fisiche e mentali a medio e lungo termine, comporta costi per il Servizio Sanitario Nazionale”, dichiara il dott. Stefano Tambuzzi, medico legale di Soccorso Violenza Sessuale e Domestica SVSeD dell’Ospedale Maggiore Policlinico di Milano e dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università degli Studi di Milano. “Va pertanto considerata alla stregua di qualsiasi altra malattia. Come per tutte le altre malattie, il ‘sistema salute’ ha l’obbligo di riconoscere e prendere in carico anche le vittime di violenza, servendosi delle tecniche diagnostiche più all’avanguardia e attivando, quando necessario, i percorsi di tutela previsti.”

A rendere il fenomeno più complesso è il fatto che molte vittime non riferiscono subito la reale causa del trauma. Possono rivolgersi al Pronto Soccorso più volte, anche per anni, con lesioni diverse e apparentemente non collegate tra loro, senza arrivare per lungo tempo a una denuncia o a una richiesta esplicita di aiuto. La difficoltà a chiedere aiuto può dipendere da molti fattori: paura, dipendenza economica, condizionamento psicologico, isolamento, controllo digitale, presenza di figli, difficoltà linguistiche, fragilità fisica o cognitiva. Per questo, accessi ripetuti con traumi compatibili devono diventare un segnale da leggere con attenzione e da condividere con la rete multidisciplinare.

“L’Ortopedico può avere un ruolo chiave nei casi di violenza domestica, nell’attivare la rete di presa in carico e supporto alle vittime”, afferma Pietro Simone Randelli, presidente SIOT e professore di Ortopedia e Traumatologia presso l’Università degli Studi di Milano. “Tuttavia, solo una piccola percentuale di Ortopedici e Traumatologi dichiara di riconoscere con chiarezza le lesioni tipiche della violenza domestica e di sentirsi preparata ad approcciare la presunta vittima in un ambiente protetto, avviando le procedure necessarie. È per questo che, come SIOT, abbiamo deciso di intraprendere una campagna nazionale di formazione e sensibilizzazione.”

Il corso Tornando a Casa ha proposto un approccio multidisciplinare, integrando competenze mediche, giuridiche, criminologiche e psicologiche. Durante il corso sono state anche evidenziate le forti disomogeneità territoriali nelle segnalazioni di sospetta violenza per l’avvio di procedure giudiziarie e sociali da parte degli ortopedici di Pronto Soccorso: in alcune Regioni si registrano circa 20 segnalazioni ogni 10mila accessi (19,8 in Valle d’Aosta; 19,7 in Toscana; 16,9 in Piemonte; 13 in Lombardia) mentre in altre il dato scende fino a 0,3 ogni 10mila (0,3 nella P.A. di Trento; 0,9 in Sardegna; 1 in Basilicata; 1,1 in Abruzzo), differenza che non può essere letta solo come variazione epidemiologica, ma che secondo la SIOT suggerisce anche una diversa capacità di riconoscimento, presa in carico e attivazione della rete di tutela. “L’intercettazione di lesioni non riferite come tali, in fase di visita, è fondamentale”, dichiara la dott.ssa Erika Maria Viola, coordinatrice della Commissione Pari Opportunità SIOT e direttore UOC Ortopedia e Traumatologia, ASST Cremona, Ospedale di Cremona. “Serve implementare interventi di cura ad ampio raggio, anche a livello politico-istituzionale, affinché gli autori di violenza siano adeguatamente e precocemente identificati e le vittime, soprattutto quelle che sono reticenti o vivono situazioni di sottomissione, possano essere motivate a intraprendere percorsi di tutela e reinserimento sociale.”

SIOT sottolinea l’importanza di prevedere équipe multidisciplinari e protocolli facilmente consultabili, capaci di aiutare l’ortopedico a riconoscere i segnali d’allarme, comunicare in modo corretto con la persona coinvolta, rispettarne la riservatezza e l’autonomia decisionale, adempiere agli obblighi di legge e attivare tempestivamente la rete territoriale. “Il riconoscimento precoce della violenza domestica è un atto medico e umano fondamentale”, conclude Viola. “Ogni Ortopedico può diventare un punto di contatto, un’occasione per intercettare una situazione di pericolo. Dobbiamo essere preparati anche di fronte agli scenari più complessi: come chiede aiuto una persona sorda o con difficoltà di comunicazione? Come si rileva un maltrattamento in una donna anziana e spossata o in una persona con deficit cognitivi? Come si interagisce con persone che non parlano italiano o non hanno strumenti culturali adeguati? La formazione serve anche a questo.”