
Per la diagnostica si annuncia già come una potenziale rivoluzione, con applicazioni già ben visibili ed apprezzate. Ma per la terapia ci vorrà ancora tempo. Benvenuti nell’era della Medicina segnata dall’intelligenza artificiale, cui è stato dedicato un convegno tenutosi a Roma e organizzato da Fondazione Menarini, in collaborazione con Gemelli Isola - Ospedale Isola Tiberina, University of Central Florida College of Medicine, Sovaris AI e The Foundation for Gender-Specific Medicine. Secondo gli esperti, c’è da guardare a questo progresso con attenzione e senso critico. Ma senza pensare che alla fine l’uomo possa essere curato nelle sue malattie da una macchina, per quanto intelligente essa sia. Non c’è da immaginare un futuro in cui non ci siano i Medici, visto che non si può pensare di fare a meno dell’empatia e delle caratteristiche di umanità che entrano in gioco nel rapporto medico-paziente. Ma questo non significa che occorra fermare il progresso. In questo senso Stefano Del Prato, presidente di Fondazione Menarini, è molto chiaro: “Non sarà l’intelligenza artificiale a sostituire gli specialisti, ma saranno gli specialisti che sanno far uso delle potenzialità dell’intelligenza artificiale, a rimpiazzare chi non sarà in grado di sfruttare i vantaggi di questo strumento”.
Fatta questa necessaria precisazione, sulla scorta di quanto emerso nelle varie sessioni del convegno, proviamo a fare il punto su alcuni aspetti relativi all’utilizzo attuale e futuro di questa innovazione. Partiamo dal cuore. Nella lotta alle malattie cardiovascolari, l’AI è ormai uno strumento di diagnosi e screening fondamentale, che, di fatto, sta rivoluzionando la Cardiologia. Lo conferma Filippo Crea, membro del Comitato Scientifico di Fondazione Menarini, professore di Cardiologia e direttore del Centro di Eccellenza di Scienze Cardiovascolari dell’Ospedale Gemelli-Isola di Roma. Secondo Crea, “l’intelligenza artificiale con le sue enormi potenzialità si sta dimostrando un importante alleato degli specialisti, che aiuterà a diagnosticare sempre prima le malattie cardiache, a prescrivere terapie migliori, a monitorare i pazienti a più alto rischio, riducendo costi e risorse e migliorando la tempestività delle cure, con un impatto diretto sulla sopravvivenza”. Gli esempi, e stiamo parlando di diagnostica, si sprecano. Basti pensare all’elettrocardiogramma o ECG. Non servirà più solo per leggere l’attività elettrica del cuore, ma dirà anche come il cuore si contrae. “Potenziando l’ECG con l’intelligenza artificiale è stato infatti possibile raggiungere una sensibilità del 95,6% nel rilevare disfunzioni ventricolari”, indica Crea. “Un modello IA applicato ai risultati dell’ECG ha mostrato la capacità di predire, con una accuratezza fino a 24 volte migliore, il rischio di sviluppare scompenso cardiaco rispetto agli algoritmi tradizionali.” Ma non basta. Grazie all’AI potremo definire meglio la traiettoria di salute futura dei soggetti, in presenza di specifici fattori di rischio cardiovascolare, concentrando la prevenzione su chi presenta aspetti di maggior pericolo. Crea lo conferma, anche alla luce di studi già disponibili, con algoritmi mirati su questi aspetti. “L’AI permette di integrare tutti i fattori di rischio per determinare la probabilità di infarto o ictus, considerando sia quelli tradizionali come, ad esempio, colesterolo LDL, ipertensione, fumo, diabete, sia i nuovi fattori di rischio su cui la ricerca si sta concentrando, quali nuovi lipidi dannosi, inquinamento, infezioni croniche, stress e isolamento sociale, per creare un quadro di rischio specifico e personale dell’individuo.”
Tra gli altri esempi portati al Congresso, grande attenzione viene prestata al diabete. Grazie all’intelligenza artificiale si può infatti pensare di prevedere con buona approssimazione chi è maggiormente predisposto a sviluppare diabete di tipo 1. “Negli USA si sta sperimentando una tecnologia basata sull’intelligenza artificiale che riesce a evidenziare cambiamenti precoci della secrezione insulinica già 10 anni prima che il diabete di tipo 1 si manifesti e di identificare sulla base della variazione annuale di questi indici chi progredisce verso la malattia in un periodo relativamente breve, 24 mesi circa”, è il commento di Alfonso Galderisi, professore associato di Pediatria dell’Università di Yale. “Questo approccio ha delle implicazioni pratiche molto importanti: ad oggi non esiste un trattamento ‘cronico’ per prevenire il diabete tipo 1, c’è un farmaco approvato in USA e in fase di valutazione in Europa, capace di ‘ritardare’ l’esordio di malattia, ma non siamo capaci di identificare chi avrà bisogno di trattamenti aggiuntivi o meno. In termini pratici, la prevenzione di una malattia autoimmune come il diabete tipo 1 richiede un trattamento cronico con uno o più farmaci. Tuttavia oggi non abbiamo un modello per questo tipo di ‘trattamento cronico’. La scoperta di indici capaci di monitorare la progressione di malattia e la risposta ai trattamenti ci permette di rendere ‘reale’ questo nuovo modello di ‘prevenzione’ del diabete tipo 1.”
Sempre per questa patologia, si punta anche a migliorare i sistemi potenziati di rilascio automatico di insulina, anche chiamati “pancreas artificiali”. L’obiettivo è offrire sempre di più un approccio rivoluzionario alla gestione del diabete. Come funziona questo dispositivo? Lo racconta Boris Kovatchev, direttore del Center for Diabetes Technology dell’Università della Virginia: “Si tratta di un vero e proprio gemello digitale del sistema metabolico del paziente che, in un ambiente di simulazione sicuro, può valutare come il proprio corpo reagisce a cambiamenti nei livelli di insulina, così da poter più correttamente regolare la quantità di insulina necessaria per tenere sotto controllo la glicemia. I primi risultati mostrano come, a sei mesi, i pazienti con un proprio pancreas artificiale, siano riusciti a mantenere più a lungo livelli sicuri di glucosio nel sangue (dal 67,3% del tempo al 76,3%) e a ridurre l’emoglobina A1c (livello medio di zuccheri nel sangue) da 6,8% a 6,6%.”














