Come ridurre i rischi della pre-eclampsia, o gestosi, in gravidanza

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La pre-eclampsia (altrimenti nota come gestosi) è una delle complicanze più temute in gravidanza. Interessa fino a 1 futura mamma su 8 e, se non tempestivamente diagnosticata e trattata, può causare problemi sia alla gravida che al bambino. Dal 2017 è stato istituito il World Preeclampsia Day, celebrato il 22 maggio, al fine di aumentare la consapevolezza sulla patologia e far sì che la gravidanza possa essere sempre più sicura per tutte le future mamme e i loro bambini. Nota fin dai tempi di Ippocrate, oggi la pre-eclampsia può essere gestita correttamente, soprattutto se diagnosticata sempre più precocemente. A questo proposito, è stato recentemente pubblicato su Pregnancy Hypertension: An International Journal of Women’s Cardiovascular Health lo studio prospettico osservazionale Modello di Previsione del Primo Trimestre per i Disturbi Vascolari della Placenta, condotto dal prof. Fabio Facchinetti e dalla dott.ssa Francesca Monari, dell’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia, che ha ribadito come sia possibile sviluppare un modello predittivo multi-variabile che consenta di diagnosticare precocemente le pazienti a rischio di sviluppare di pre-eclampsia e altre complicanze vascolari severe come la morte in utero grazie all’analisi combinata dei risultati di parametri biochimici e biofisici indagati nel primo trimestre di gravidanza. Le analisi dei parametri biochimici sono state eseguite grazie al contributo di PerkinElmer, che ha messo a disposizione strumentazione dedicata (Delfia Express) e relativi reagenti. Tali risultati consentono di aprire nuove e più ampie prospettive di diagnosi precoce e prevenzione di questa patologia.

LA PRE-ECLAMPSIA

Scientificamente parlando, la pre-eclampsia è il riscontro di pressione arteriosa superiore a 140/90 mmHg in almeno 2 misurazioni a distanza di 4 ore in pazienti normotese dopo la 20ma settimana di gestazione, in associazione a proteinuria, condizione caratterizzata dalla presenza cospicua di proteine nelle urine, evidenza di danno d’organo materno (insufficienza renale acuta, danno epatico, segni neurologici o complicanze ematologiche) o disfunzione utero placentare, come la restrizione di crescita fetale. La PE è una condizione di rapida progressione, che si verifica dopo 20 settimane di gestazione e fino a 6 settimane dal parto, oltre che una delle principali cause di morbilità e mortalità materna e perinatale specialmente quando è ad insorgenza precoce (< 34 settimana). Inizialmente asintomatica, la pre-eclampsia rimane silente fino all’aggravarsi del quadro generale e ciò, in molti casi, può contribuire al ritardo della diagnosi e, quindi, del controllo della malattia. Se non correttamente diagnosticata e trattata, la PE può determinare gravi conseguenze per la madre (es. aumento del rischio di eventi cardiovascolari e ischemici) e per il nascituro (es. basso peso alla nascita, rischio aumentato di necessità di cure intensive neonatali).

“Nonostante la pre-eclampsia sia responsabile, ogni anno, della morte di 76mila donne e 500mila neonati, soprattutto nei Paesi a scarse risorse ma anche in nazioni industrializzate come gli Stati Uniti, dove la patologia rappresenta la seconda causa di morte materna, non è ancora noto il meccanismo responsabile della sua insorgenza”, spiega Monari. “Si pensa tuttavia che la causa della pre-eclampsia sia dovuta a una cattiva formazione della placenta che innesca nell’organismo materno una sorta di ‘non adattamento alla gravidanza’. Anche se molto rischiosa, e potenzialmente fatale, la pre-eclampsia è però una condizione che può essere diagnosticata precocemente. E questo grazie ad accurate visite di controllo prenatali, ma anche all’osservazione di eventuali ‘campanelli d’allarme’ che ogni donna in gravidanza non deve mai omettere. Aumento della pressione del sangue, mal di testa persistente, visione offuscata o sensibilità alla luce, come pure gonfiore di viso e piedi sono segnali da non trascurare. Un’attenzione particolare deve riguardare le nullipare, ovvero le donne alla prima gravidanza, con età superiore ai 40 anni e un indice di massa corporea >30. Esistono anche altre condizioni cliniche che si associano ad un aumentato rischio di PE come l’ipertensione cronica, il diabete pregestazionale e la storia di PE in una precedente gravidanza. Si tratta di fattori di rischio che sono associati sia alla PE pretermine, che in tutto il mondo, è responsabile fino al 20% dei 13milioni di nascite pretermine ogni anno, ma anche a quella a termine, che è più frequente e fortunatamente meno severa.”

Quando si tratta di prevenzione della pre-eclampsia, prima si identificano le donne in grado di sviluppare questa condizione, migliore sarà l’esito per madre e figlio. Lo studio prospettico condotto dall’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia ha avuto come obiettivo quello di valutare nella popolazione italiana – ove la sola PE ha una incidenza relativamente bassa, ma non trascurabile (2-3%) – la sensibilità dei marker biochimici noti dalla Fetal Medicine Foundation FMF in associazione ad altri indici biochimici, allo scopo di ottenere più modelli che possano predire, nel primo trimestre di gravidanza, gli esiti avversi perinatali correlati ai disturbi vascolari della placenta, tra i quali appunto la pre-eclampsia. “Nello studio prospettico che abbiamo condotto tra giugno 2018 e dicembre 2019 presso il Policlinico di Modena abbiamo incluso tutte le donne che accedevano allo screening del primo trimestre per le aneuploide cromosomiche tramite il test combinato, il cosiddetto bitest”, spiega Facchinetti. “Alle pazienti che avevano espresso il consenso è stato effettuato anche un prelievo ematico per il dosaggio dei marker biochimici appartenenti all’algoritmo della FMF (PAPP-A, PlGF), oltre che per l’inibina A, l’interleuchina-6, l’insulina, HDL e i trigliceridi. I primi 3 marcatori sono stati misurati mediante il sistema Delfia Express, di PerkinElmer, che li ha resi gratuitamente. Le pazienti arruolate venivano poi sottoposte alla misurazione della pressione arteriosa media, secondo le modalità della FMF, all’ecografia per la velocimetria doppler delle arterie uterine da parte di medici accreditati, oltre che alla compilazione di un questionario sui fattori di rischio per la cefalea. Lo studio ha quindi confermato come nella nostra popolazione la sola PE incide per una percentuale inferiore al 2%, mentre quando si considerano anche le altre condizioni patologiche placentari, tali complicanze molto temute della gravidanza salgono all’8%. Il nostro studio ha permesso di confermare la validità del dei parametri già noti e facenti parte dell’algoritmo della FMF (body mass index, pressione arteriosa media, PAPP-A e PlGF) e di sviluppare un modello multiparamentrico che può predire, già dal primo trimestre (con una ottima sensibilità e una soddisfacente specificità) lo sviluppo di complicanze vascolari placentari, oltre alla PE. Tale modello rappresenta una finestra di opportunità per intervenire precocemente nel primo trimestre in diverse modalità: un’assistenza ostetrica individualizzata, interventi di life style, supplementazioni con integratori e profilassi con aspirina a basse dosi.”