Neuromielite ottica. Satralizumab riduce rischio recidiva

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Il farmaco satralizumab somministrato in monoterapia nei disturbi dello spettro della neuromielite ottica (NMOSD), una malattia rara e debilitante del sistema nervoso centrale ha ottenuto una riduzione del 55% del rischio di recidiva rispetto al placebo nella popolazione generale con NMOSD. Nell’ampio sottogruppo di persone sieropositive per gli anticorpi AQP4-IgG (~67%), che tendono ad avere un decorso più severo, l’effetto è stato maggiore, con una riduzione del 74% del rischio di recidive. I risultati dello studio SAkuraStar sono stati presentati al XXXV Congresso ECTRIMS (Congress of the European Committee for the Treatment and Research in Multiple Sclerosis), in corso a Stoccolma, in Svezia.

“I risultati positivi del programma di studi registrativi di fase III di satralizumab, prima come terapia di combinazione alla terapia immunosoppressiva basale e ora in monoterapia, sono entusiasmanti e dimostrano efficacia in una popolazione eterogenea di persone con NMOSD, che riflette ciò che vediamo ogni giorno nella pratica clinica. Satralizumab agisce bloccando il recettore IL-6, offrendo un potenziale nuovo approccio di trattamento”, afferma il prof. Jeffery Bennett, Responsabile del Dipartimento di Neurologia ed Oftalmologia dell’Università del Colorado. “Servono con urgenza opzioni terapeutiche approvate che dimostrino un profilo di sicurezza ed efficacia favorevole in studi clinici controllati. Nelle persone con NMOSD anche una sola recidiva può portare alla cecità e a disfunzioni motorie debilitanti.”

Nella popolazione generale, il 76,1% delle persone trattate con satralizumab, era libera da recidive a 48 settimane e il 72,1% era libera da recidive a 96 settimane, contro, rispettivamente, il 61,9% e il 51,2% del gruppo trattato con placebo. Nel sottogruppo di pazienti sieropositivo per gli anticorpi AQP4, i dati hanno dimostrato che l’82,9% delle persone trattate con satralizumab era libero da recidive a 48 settimane e il 76,5% era libero da recidive a 96 settimane, contro, rispettivamente, il 55,4% e il 41,1% nel gruppo trattato con placebo.