“Movember”: un mese per la prevenzione delle patologie maschili

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Non tutti lo sanno, ma Novembre è un mese speciale per la salute maschile: in molti Paesi si promuovono campagne informative riconducibili a “Movember”, titolo che coniuga le parole Moustache (baffi) e November. Le patologie urologiche maschili sono in crescita dovunque, in buona parte legate all’invecchiamento della popolazione, con impatti significativi sulla vita delle persone e sul SSN. In Italia, per esempio, soffrono di incontinenza urinaria oltre 2milioni di uomini; il carcinoma prostatico è il tumore più frequente nella popolazione maschile dei Paesi occidentali e si stima che il 50% dei pazienti che abbiano subito un intervento chirurgico radicale di prostatectomia possano sviluppare problemi di Disfunzione Erettile che – nel 20% dei casi – è resistente ai farmaci.

Come emerge dalla Survey dell’Associazione Europea di Urologia (EAU), in Italia ben 9milioni di uomini non si recano mai dall’urologo e solo il 10-20% si sottopone a una visita preventiva, ma spesso lo fa quando la situazione è già “compromessa”. Eppure, i dati non lasciano dubbi sulla dimensione e rilevanza del problema: ogni anno, a 450mila uomini europei viene diagnosticato un tumore alla prostata, patologia che causa circa 92mila decessi/anno in Europa. Malgrado questo tumore sia il più diffuso presso la popolazione maschile europea, buona parte degli intervistati (Survey EAU 2018) ha riferito di riconoscere più facilmente i sintomi di un tumore del seno (31%) che non della prostata (27%) e solo 1 su 4 ha indicato correttamente la posizione di questo organo.

Una situazione simile si verifica nel caso della disfunzione erettile e dell’incontinenza urinaria, che per molti uomini rappresentano, tuttora, un gigantesco tabù da superare. La disfunzione erettile colpisce in Europa circa il 50% degli uomini sessualmente attivi dai 50anni in su ma, secondo la Survey EAU 2018, il 75% degli intervistati non aveva alcuna idea circa la dimensione di questo problema e l’85% si è dichiarato totalmente all’oscuro dei numeri legati all’incontinenza urinaria. Un tema su cui riflettere riguarda il ritardo nel ricorso al medico, nonostante sia accertato che la maggior parte delle morti per tumore si verifica perché il problema non è stato affrontato per tempo. Sempre dalla Survey emerge che il 43% del campione intervistato non si rivolgerebbe al medico anche se notasse sangue nelle urine; il 23% attenderebbe circa un mese anche in presenza di frequenti stimoli a urinare; il 28% rimanderebbe di una settimana se registrasse senso di dolore o bruciore durante la minzione. Solo il 17% degli intervistati ha ipotizzato che dolori al basso ventre possano essere indicatori di un problema più serio. Il periodo di “indecisione” indicato dagli uomini italiani oscilla fra 1 e 7 mesi, mentre una percentuale di intervistati nostrani – per fortuna “contenuta” fra lo 0,58% e il 3,27% – dichiara addirittura che, anche in presenza di disturbi, non andrebbe dal medico.

Oggi, per fronteggiare le patologie maschili sono disponibili efficaci terapie farmacologiche ma, anche, dispositivi biomedicali che possono contribuire a recuperare funzioni vitali e una buona qualità di vita. A seconda della complessità e gravità, l’incontinenza urinaria può essere affrontata con trattamenti e terapie mirate. Quando il problema è limitato (l’urina fuoriesce dalla vescica nel momento in cui questa è sotto pressione, per esempio, quando una persona tossisce o ride), si può ricorrere a supporti esterni, a trattamenti di rieducazione perineale, terapie farmacologiche, infiltrazioni locali. Più complesso è, invece, ripristinare il pieno controllo vescicale dopo interventi chirurgici come la prostatectomia. Per questo, sono oggi disponibili dispositivi quali gli sfinteri urinari artificiali. Realizzati in maniera da riprodurre integralmente gli organi naturali, vengono impiantati all’interno del corpo, consentendo di ripristinare appieno le funzioni vitali. La possibilità di essere occultati nell’organismo offre indiscussi vantaggi sia dal punto di vista funzionale che psicologico e ampiamente determina l’apprezzamento dei pazienti.

Per affrontare la disfunzione erettile, è oggi possibile fare ricorso alle protesi peniene, un’opzione terapeutica fra le più avanzate, ma ancora poco adottate dalla stessa classe medica. Eppure, studi clinici internazionali ne confermano l’efficacia risolutiva. La patologia, clinicamente definita come l’incapacità, ricorrente o costante, di raggiungere e/o mantenere un’erezione durante il rapporto sessuale (National Institute of Health – NIH Consensus Document), ha conseguenze devastanti per la vita quotidiana, è di norma indotta da interventi chirurgici di prostatectomia e presenta numerosi casi, anche di pazienti giovani, per i quali le terapie farmacologiche di tipo orale o iniettivo (con prostaglandine o papaverina iniettate direttamente nel tessuto) risultano inadeguate. In queste situazioni, l’impianto di protesi peniena consente la ripresa funzionale completa e, quindi, l’erezione. L’intervento prevede l’inserimento di due piccoli cilindri (protesi idrauliche) nelle due camere di erezione del pene, i corpi cavernosi. Questo consente un’erezione virtualmente non difforme da quella naturale, con la medesima sensibilità e capacità di eiaculazione riscontrabili in precedenza e con immutata funzione urinarie. Le protesi e il piccolo dispositivo di controllo vengono inseriti sotto la cute, perciò non risultano visibili, un aspetto di vitale importanza per la rassicurazione dei pazienti e la piena accettazione dell’impianto.