Microchip retinico. L’80% pazienti sottoposti a trial clinico è tornato a leggere, Cusumano: “Entro il 2026 possibili primi impianti in Italia”

“È la prima volta al mondo che un progetto di visione artificiale restituisce a pazienti che erano quasi al buio una indipendenza di movimento e di lettura. Siamo di fronte ad una pietra miliare nell’Oftalmologia”, dichiara all’agenzia Dire il prof. Andrea Cusumano, oftalmologo dell’Università Tor Vergata di Roma, tra i co-autori del progetto internazionale che ha portato al trial clinico del microchip Prima su pazienti anziani affetti da atrofia geografica, la più grave tra le forme di degenerazione maculare senile, che nel nostro Paese colpisce almeno 1milione di persone: oltre l’80% dei 32 pazienti sottoposti al trial è riuscito a tornare a leggere lettere e parole, migliorando la propria qualità di vita.

COME FUNZIONA

“[Il microchip] viene impiantato nella retina e va a sostituire i fotorecettori dove sono completamente assenti”, spiega Cusumano. “È abbinato ad occhiali dotati di telecamera, che trasferiscono le immagini a un computer tascabile, che le elabora e le rimanda agli occhiali, i quali, con un proiettore a infrarossi, le trasmettono al microchip retinico. Il microchip a questo punto trasforma lo stimolo luminoso in impulso elettrico, trasmesso poi fino alla corteccia visiva. Da una condizione di quasi totale cecità, quindi, si torna a poter leggere, con modalità particolari, scannerizzando il testo con il movimento della testa, perché il microchip ha una visione di soli 10°.”

Lo studio, cui per l’Italia hanno preso parte l’Università Tor Vergata e l’Ospedale Britannico di Roma, è stato pubblicato sul New England Journal of Medicine. Tra gli altri co-autori figurano anche: Daniel Palanke, della Stanford University; José-Alain Sahel, University of Pittsburgh; Frank Holz, dell’Università di Bonn, Germania.