Malattia di Crohn: “Solo il 32% dei pazienti riceve supporto nutrizionale”

Una nuova indagine condotta dal prof. Silvio Danese e dal dott. Ferdinando D’Amico, dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, sviluppata con il supporto di Nestlé Health Science nell’ambito della campagna Più Crohnsapevoli - Per una Nutrizione Consapevole, rivela un significativo divario tra la crescente consapevolezza del ruolo terapeutico della nutrizione e l’effettivo accesso dei pazienti a un supporto specialistico. Sebbene il 73% dei pazienti riconosca l’importanza dell’alimentazione nella gestione della malattia di Crohn, solo il 32% riceve indicazioni nutrizionali da un Professionista, mentre oltre il 60% è costretto a rivolgersi privatamente a un Nutrizionista. Un dato ulteriormente rilevante riguarda la conoscenza delle terapie dietetiche validate: solo l’11,7% dei pazienti conosce infatti la Crohn’s Disease Exclusion Diet CDED, l’unica strategia nutrizionale supportata dalla Letteratura scientifica.

Lo studio, che ha coinvolto 222 pazienti Italiani, evidenzia anche caratteristiche cliniche di particolare interesse: l’80% presenta una localizzazione ileale, sede in cui la nutrizione ha un impatto diretto sull’assorbimento dei nutrienti; sul piano terapeutico, il 76% dei pazienti è in trattamento con terapie biologiche. “Per i pazienti con malattia di Crohn è fondamentale poter accedere a Dietisti dedicati e formati su questa patologia”, dichiara Danese, direttore dell’Unità di Gastroenterologia e Endoscopia Digestiva dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano. “È una delle richieste più frequenti che riceviamo in ambulatorio, perché i pazienti vogliono sapere concretamente cosa possono e cosa non possono mangiare. Oggi abbiamo evidenze sempre più solide che la dieta, anche in combinazione con le terapie biologiche, può contribuire a indurre e mantenere la remissione. Eppure, dalla nostra indagine emerge che solo 1/3 dei pazienti viene inviato a uno specialista della nutrizione. È proprio per colmare questo divario che iniziative come la campagna Più Crohnsapevoli sono fondamentali: per aiutare i pazienti a capire che l’approccio nutrizionale è parte integrante della terapia e può migliorare in modo concreto gli outcome e la qualità di vita.”

La ricerca fotografa anche la dimensione emotiva e sociale della malattia: il 71% dei pazienti dichiara di dover rinunciare a cene, uscite con amici o momenti di convivialità, una percentuale che sale al ulteriormente durante le riacutizzazioni. Il peso psicologico è altrettanto significativo, con i pazienti che lamentano ansia, frustrazione, imbarazzo nella gestione quotidiana della malattia. “I risultati della nostra indagine mostrano chiaramente come, nonostante una crescente attenzione al ruolo della nutrizione, esista ancora un divario importante tra i bisogni dei pazienti e l’organizzazione dei percorsi di cura”, afferma D’Amico, gastroenterologo dell’Unità di Gastroenterologia e Endoscopia Digestiva dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano. “La fatigue, ovvero la stanchezza persistente, emerge come uno dei sintomi più frequenti e invalidanti anche in remissione ed è spesso legata a carenze nutrizionali e a uno stato infiammatorio persistente. Questo sintomo è associato alla presenza di infiammazione cronica, che può compromettere la funzione intestinale. Il nostro studio aveva proprio l’obiettivo di indagare l’impatto dell’alimentazione nella gestione dei pazienti con Crohn e di identificare i principali bisogni ancora non soddisfatti nel loro percorso di cura.”

Alla luce di questi dati – sottolineano gli autori – appare evidente la necessità di una gestione più strutturata e multidisciplinare della malattia di Crohn, che unisca terapia farmacologica, supporto nutrizionale e sostegno psicologico in un percorso continuativo e accessibile, sostenendo la diffusione di una maggiore cultura nutrizionale e la collaborazione tra Clinici, Istituzioni e pazienti per migliorare la qualità di vita delle persone affette da MICI.