Con il Covid, “cervello sotto attacco”

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La riduzione del danno è una forma di prevenzione per chi non possa, non riesca o non voglia mettere in atto misure definitive di protezione della propria salute ma che voglia in qualche modo limitare i danni di comportamenti scorretti o fattori ambientali avversi. È una strategia di successo e consolidata nelle dipendenze, ma si sta facendo strada in molti altri settori, tra cui quello ambientale e nel tabagismo. La recente pandemia non si è limitata a fare vittime tra i più fragili ma ha determinato sequele a medio e lungo termine (il cosiddetto long Covid che interessa il 75% dei pazienti che sono stati ricoverati ). Tra i sintomi riscontrati: quelli neurologici, cognitivi, insieme ad ansia e depressione, che possono perdurare sino ad 1 anno, anche nei soggetti giovani. Un recente studio, che ha incluso 90mila adulti over65 anni che hanno avuto il Covid, ha riscontrato sintomi a lungo termine debilitanti nel 32% dei casi, tanto da suggerire di considerarlo una sindrome geriatrica. “Ad avvalorare questa teoria, uno studio del Fenstein Institutes for Medical Reseach ha rilevato un 13% di nuove diagnosi di demenza entro 1 anno dal ricovero per SARS-CoV-2”, spiega Johann Rossi Mason, direttore editoriale del MOHRE, Osservatorio Mediterraneo per la Riduzione del Rischio in Medicina. “Di fronte alle minacce ambientali, alle predisposizioni genetiche e al decadimento fisiologico dato dalla maggiore longevità è necessario proteggere il cervello dalle minacce che aprono la porta alle malattie neurodegenerative e alla cronicità, che pesa per l’81% dei costi del SSN. La longevità ha un senso solo se gli anni guadagnati sono vissuti in salute. Siamo grati al Neuromed per aver raccolto la nostra proposta a discutere il futuro del cervello in maniera trasversale.”

“Le malattie degenerative cerebrali non sono un destino ineluttabile”, dichiara Giovanni de Gaetano, presidente IRCCS Neuromed. “Possiamo fare molto per invecchiare con una mente lucida, a partire da stili di vita corretti, iniziati da giovani, ma proseguiti da adulti e anche nelle età più avanzate. L’ideale è avere una vita biologica del cervello più sana e longeva della vita cronologica. Una challenge impegnativa, alla quale stiamo dedicando qui a Neuromed nuovi programmi di ricerca”. Problemi di memoria e concentrazione affliggono il 70% dei pazienti con long Covid: i test cognitivi condotti nell’ambito del COVID and Cognition Study, pubblicato su Frontiers Aging Neuroscience, hanno rilevato una “notevole riduzione” della capacità di memoria. Tra i 181 partecipanti, il 78% ha dichiarato di avere difficoltà di concentrazione; il 69% ha riferito di nebbia cerebrale (brain fog); il 68% ha riferito di dimenticanze e il 60% ha affermato di avere problemi a trovare la parola giusta mentre parla. Si tratta di fenomeni attribuiti ad uno stato infiammatorio: quella che abbiamo imparato a conoscere col termine di tempesta di citochine, che non risparmia le cellule cerebrali. A questo fenomeno inaspettato si aggiungono sia fattori ambientali capaci di intervenire anche sul patrimonio genetico che stili di vita e comportamenti individuali. “Possiamo fare molto per difenderci, ad esempio puntare su istruzione e interessi per costruire una buona riserva cognitiva, un tesoretto di neuroni e connessioni che ha mostrato di proteggere in parte, anche dalla manifestazione di sintomi di Alzheimer e Parkinson”, dichiara il prof. Giuseppe Novelli, ordinario di Genetica all’Università di Tor Vergata. “Non è mai troppo tardi per iniziare a coltivare un interesse o mettersi a studiare. Un cervello ‘istruito’ infatti è protetto più a lungo dal declino, così come spiegato dal Journal of Neuroscience. Le regioni prefrontali stimolate dall’istruzione prolungata accendono alcuni geni coinvolti sia nella trasmissione dei segnali che nella difesa immunitaria. Si tratta di un magnifico esempio di come funziona l’epigenetica ossia il vestito che indossano i geni, che può quindi essere cambiato o modificato dall’ambiente.”