Linfomi diffusi a grandi cellule B, : Efficaci terapie meno tossiche

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Nella lotta ai linfomi aggressivi, l’efficacia del Rituximab associato alla chemioterapia convenzionale (R-CHOP) è sovrapponibile a quella del Rituximab associato a cicli di chemioterapia ad alto dosaggio (R-HDS), ma con minore tossicità. Lo dimostra uno studio clinico randomizzato di fase 3 che ha coinvolto 246 pazienti e 18 centri, coordinato da Alessandro Rambaldi, professore di Ematologia all’Università degli studi di Milano e Direttore del Dipartimento di Oncoematologia dell’ASST Papa Giovanni XXIII.
La ricerca, pubblicata dal Journal of Clinical Oncology il 3 ottobre scorso,  si inserisce in un dibattito ancora aperto sull’efficacia dell’impiego di alte dosi di chemioterapia con autotrapianto di cellule staminali emopoietiche, quale prima linea di terapia nei pazienti affetti da linfoma aggressivo. I pazienti selezionati per questo studio presentavano una malattia in stadio avanzato e ad alto rischio di ricaduta. Entrambi i trattamenti proposti sono risultati molto efficaci ma a parità di risultati nel controllo della malattia, la differenza fondamentale evidenziata dallo studio consiste nella minore incidenza di effetti collaterali osservati con la terapia convenzionale.
Lo studio conferma nel suo complesso i grandi progressi nella terapia dei linfomi aggressivi con i trattamenti oggi disponibili, dimostrando ancora una volta l’importanza di condurre studi prospettici randomizzati per giungere a conclusioni definitive sull’efficacia dei trattamenti. Studi che richiedono anni di lavoro per essere programmati e condotti nel rispetto rigoroso delle normative internazionali che regolano l’esecuzione degli studi clinici.
Alessandro Rambaldi, principal investigator dello studio, spiega: “La tossicità dei trattamenti deve rimanere un elemento chiave nel confronto fra vecchi e nuovi programmi terapeutici. Da questo punto di vista deve essere sottolineata l’importanza della ricerca promossa dalla comunità scientifica che è mirata all’ottimizzazione dei trattamenti e che pertanto si differenzia da quella, pur importantissima, promossa dall’industria farmaceutica che invece è mirata alla registrazione e all’immissione in commercio di nuovi farmaci”.
Quali prospettive ci sono per i pazienti che non rispondono alle terapie? “Purtroppo circa un terzo dei pazienti con linfoma aggressivo non risponde alla prima linea di trattamento – prosegue Rambaldi -. Nei prossimi anni il progresso dei risultati verrà dalla miglior conoscenza delle alterazioni genetiche che in queste malattie sono responsabili della resistenza ai trattamenti convenzionali. Queste nuove informazioni ci permetteranno di scegliere in modo mirato i nuovi trattamenti che si stanno rendendo disponibili” Lo studio, pubblicato on line su www.jco.org