Lecanumab rallenta progressione Alzheimer nel 27% dei casi di malattia iniziale

Il farmaco Lecanumab rallenta la progressione dell’Alzheimer in circa il 30% dei casi iniziali della malattia. È quanto riporta uno studio presentato nei giorni scorsi ai Clinical Trials on Alzheimer Disease CTAD 2022 di San Francisco, e pubblicato sul New England Journal of Medicine. “Nei soggetti che avevano assunto l’infusione endovenosa per flebo 1 volta al mese per 18 mesi di Lecanumab rispetto a quelli che avevano ricevuto placebo, la malattia ha rallentato la sua progressione di circa 1/3 (27% per la precisione)”, dichiara il prof. Paolo M. Rossini, direttore del Dipartimento Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’IRCCS San Raffaele. “Gli effetti collaterali sono stati osservati nel 9% dei casi e in genere di entità modesta. Questi 2 dati da soli giustificano il grosso interesse che ha suscitato questo studio poiché si tratterebbe del primo farmaco in grado di impattare in modo significativo sull’evoluzione della malattia (non l’arresta e non la guarisce, ma la rallenta). […] con questo tipo di trattamento il paziente ‘guadagna’ oltre 1 anno di autonomia rispetto a chi non lo assume.”

Lo studio ha interessato però solo le forme iniziali o con pochissimi sintomi di demenza da Alzheimer, e non sappiamo quindi se i risultati di efficacia si possano o meno estendere a forme più avanzate di malattia. “Oltre a una diagnosi precoce, è fondamentale – prima di iniziare questa cura – dimostrare la presenza di beta-amiloide nel cervello di questi pazienti (tramite una PET specifica o una puntura lombare) perché Lecanumab è un anticorpo monoclonale che si lega alla beta-amiloide cerebrale, rendendola così aggredibile dal sistema immunitario del soggetto”, continua Rossini. “In particolare, a differenza di altri anti amiloide come aducanumab, Lecanumab si legherebbe a forme molto piccole di amiloide definite oligomeri che svolgono un’azione di blocco della trasmissione sinaptica, cioè di quel meccanismo che permette ai neuroni di colloquiare tra di loro e di trasmettersi informazioni. In realtà non sappiamo ancora molte cose, che possiamo riassumere nei punti seguenti: Quanto durano gli effetti una volta interrotto il trattamento? Quanto a lungo il trattamento può essere portato avanti? Gli effetti collaterali aumentano al prolungarsi della terapia? Quali sono le interazioni con i farmaci che normalmente assumono le persone anziane (quelle di gran lunga più colpite da demenza) in particolare quelli che fluidificano il sangue come gli antiaggreganti e gli anticoagulanti visto che tra gli effetti più frequenti di Lecanumab ci sono delle microemorragie a livello cerebrale?”. Dunque, per il momento Lecanumab non si rivolge alle forme di gravità moderata e severa di Alzheimer, né a tutte quelle forme di demenza in cui la beta-amiloide non rappresenta la causa principale o la concausa della precoce morte dei neuroni e dei circuiti nervosi.