La ricerca italiana si prepara ad andare nello spazio

1504

A Washington D.C., tra le mura della Casa Bianca, il ricercatore Riccardo Gottardi ha preso parte alla presentazione del bioreattore che ha ideato nei laboratori dell’Università di Pittsburgh diretti dal Prof. Rocky Tuan, dove attualmente Riccardo lavora grazie alla borsa di studio della Fondazione Ri.MED. Il progetto, presentato per la prima volta negli USA in marzo, ha vinto un bando indetto da CASIS, Center for the Advancement of Science In Space, ente spin-off della NASA, aggiudicandosi l’incredibile opportunità di essere protagonista delle prossime ricerche scientifiche condotte sulla International Space Station. Si tratta di una stazione spaziale dedicata alla ricerca scientifica, con due obiettivi principali: il primo, come ribadito dalla NASA, è quello di sviluppare e testare tecnologie per l’esplorazione spaziale, ovvero tecnologie in grado di rendere sopportabili le condizioni vitali di un equipaggio in missioni oltre l’orbita terrestre, e acquisire esperienze operative per voli spaziali di lunga durata (ad esempio l’ipotetico viaggio sul pianeta Marte, che dovrebbe durare circa sei mesi); il secondo, con ricadute immediatamente tangibili sulla Terra e sulla salute dei cittadini, è fungere da laboratorio di ricerca in ambiente di microgravità. Gli studi per la validazione dell’efficacia di farmaci e terapie che sulla Terra richiederebbero anni possono infatti essere osservati nello spazio in un arco temporale di qualche decina di giorni, questo in virtù della fortissima accelerazione che i processi degenerativi subiscono in assenza di gravità. Nel caso del modello ideato da Gottardi, ciò significherebbe poter testare in un solo mese gli effetti a lungo termine dei bisfosfonati su ossa e cartilagine.
Il bioreattore di Riccardo Gottardi permette di comprendere l’interazione tra i tessuti delle articolazioni e di sviluppare quindi nuovi trattamenti utili a bloccare o far regredire il decorso di patologie degenerative come l’osteoartrosi e l’osteoporosi. Uno dei principali ostacoli nella comprensione dei meccanismi della malattia e nella ricerca di farmaci che possano ripristinare la cartilagine, è infatti che quest’ultima interagisce con altri tessuti dell’articolazione – in particolare con l’osso – e non può essere analizzata separatamente. Il bioreattore ricrea un ambiente fisiologico, un insieme di ossa e tessuti vascolarizzati in cui si osservano, non solo gli effetti sulla cartilagine e sulle ossa, ma anche gli effetti della reciproca interazione: come reagisce l’osso quando la cartilagine è danneggiata e viceversa.
“Il nostro programma – spiega il dott. Gottardi – è piaciuto a CASIS perché l’osteoporosi è uno dei principali problemi connessi alla permanenza nello spazio: anche in soggetti perfettamente sani, quali sono tipicamente gli astronauti, in assenza di gravità si è osservata una rapida e significativa perdita di tessuto osseo, con gravi rischi di fratture e problemi di circolazione se gli astronauti dovessero affrontare un lungo viaggio interplanetario. Il bioreattore inoltre è di piccole dimensioni, caratteristica che lo rende utile all’invio nello spazio. Si pensi poi – soprattutto – alle ricadute per le applicazioni in ambito clinico sulla Terra: osteoporosi e osteoatrite affliggono centinaia di milioni di persone; il dolore provocato dall’osteoartite tende a cronicizzare e può risultare invalidante, con un impatto devastante sulla vita dei pazienti. Se riuscissimo in un paio di mesi a validare gli effetti a lungo termine di farmaci e terapie, potremmo fare un incredibile balzo in avanti nella ricerca, aiutare moltissimi pazienti e ridurre drasticamente i costi sociali legati alla malattia. Naturalmente – prosegue Gottardi – sono eccitato per l’emozione ‘fantascientifica’ del viaggio nello spazio, ma soprattutto sono felice per aver intrapreso una strada che possa rapidamente traslare la ricerca all’applicazione clinica: vorrei contribuire al miglioramento del trattamento per i pazienti che, come i miei genitori, soffrono e sperimentano gli effetti invalidanti della malattia. Ringrazio Ri.MED per aver supportato la mia ricerca.”
Entusiasta il direttore generale della Fondazione Ri.MED, il dott. Alessandro Padova: “Risultati come questo delineano lo spessore della ricerca condotta da Ri.MED, fondazione non profit pubblico-privata istituita dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Grazie a partner quali CNR e UPMC, alle strategiche collaborazioni internazionali e all’accurata selezione dei più promettenti ricercatori, siamo in grado già ora di produrre proprietà intellettuale, brevetti e vere e proprie rivoluzioni nella traslazione clinica dei risultati scientifici. I miei complimenti a Riccardo, che sta sviluppando una progettualità di medicina rigenerativa dirompente, a cui potrà dare massima propulsione nel centro di ricerca Ri.MED di prossima realizzazione in Sicilia.”