L’impatto di Covid-19 sulla sclerosi multipla. Studio osservazionale

222

Prosegue il primo e più ampio studio osservazionale al mondo su Covid-19 e sclerosi multipla (MuSC-19), presentato nell’aprile 2020, nel pieno della prima fase della pandemia. Aumenta il numero di persone analizzate – che arriva ad oggi a circa 1.800 soggetti e 114 centri partecipanti – così come aumentano i dati utili a comprendere meglio l’impatto dell’infezione da Sars-Cov-2 sulle persone con sclerosi multipla, sulle terapie che assumono e sulle decisioni cliniche relative alla gestione di una patologia cronica e ingravescente. Gli ultimi dati dello studio – che al momento della pubblicazione sulla rivista Annals of Neurology riguardavano circa 850 pazienti – hanno confermato un livello di sicurezza accettabile delle terapie per la sclerosi multipla, già suggerito da primo studio pubblicato su The Lancet Neurology. Emergono più chiaramente alcune differenze fra le terapie, consentendo di definire con maggiore precisione il rapporto fra il rischio di non seguire una terapia adeguata per la sclerosi multipla e quello di assumere una terapia che potrebbe ridurre le difese immunitarie. Un ulteriore contributo alla riduzione dell’incertezza dei clinici e dei timori della persona con sclerosi multipla, rispetto appunto alle decisioni terapeutiche che è necessario assumere.

In questo momento è fondamentale che la raccolta dati e la collaborazione fra centri per la sclerosi multipla prosegua, anche per valutare l’influenza delle terapie sulla efficacia delle vaccinazioni. Inoltre, chiarito il rischio di Covid-19 per le persone con sclerosi multipla, sarà importante comprendere l’impatto del SARS-CoV-2 nella sclerosi multipla nel breve, medio e lungo termine. “Questo studio attesta, una volta di più, la capacità dei centri per la sclerosi multipla italiani di collaborare, fra loro e con FISM, e di farlo ad un alto livello scientifico”, commenta il prof. Marco Salvetti dell’Università Sapienza, Ospedale Sant’Andrea, di Roma. “Ciò consente di dare risposte rapide ma non per questo meno affidabili, anche in situazioni di grande difficoltà come quella generata dalla pandemia. L’intento ora è di rilanciare ulteriormente per cercare, sempre attraverso collaborazioni nazionali, di volgere le cose in positivo e ‘sfruttare’ questa situazione per capire sempre meglio le cause della sclerosi multipla.”

“L’obiettivo dell’iniziativa internazionale MuSC-19 è proprio quello di fornire dati per contribuire a definire una strategia a medio e a lungo termine per le persone con SM nelle diverse fasi di evoluzione di questa pandemia, con particolare riguardo alle diverse terapie seguite”, dichiara Mario Alberto Battaglia, presidente FISM Fondazione Italiana Sclerosi Multipla. “Inoltre le informazioni derivanti da questo studio potrebbero essere utili anche per altre patologie.”

I DATI

I dati clinici e demografici sulle persone con sclerosi multipla sono stati ottenuti retrospettivamente da 85 centri italiani per la SM e riguardano 844 persone con SM con sintomi da COVID-19. La coorte comprende sia casi confermati di Covid-19, ovvero positivi al test, che sospetti, ovvero con sintomi fortemente associati al Covid-19 e/o in contatto con un caso positivo nei 14 giorni precedenti la comparsa dei sintomi. “Un dato chiaro è che non sono emersi segnali allarmanti”, commenta la prof.ssa Maria Pia Sormani, dell’Università di Genova, che gestisce la piattaforma MuSC-19. “Su 844 pazienti, 708 (cioè l’84%) hanno avuto una malattia leggera. I pazienti che sono stati ricoverati in ospedale ed hanno avuto una malattia più aggressiva sono simili per caratteristiche ai pazienti gravi nella popolazione sana: età più avanzata, sesso maschile, alta disabilità. Questi risultati sottolineano l’importanza di applicare strategie di prevenzione accurate, durante questa pandemia, per le persone con disabilità elevata e con età maggiore di 60 anni.”

È stata osservata una tendenza a sviluppare forme più serie di Covid-19 in persone con sclerosi multipla che assumevano terapie che sopprimono i linfociti B o in coloro che erano stati sottoposti a terapie con cortisone poco prima l’esordio dei sintomi. Esiste di contro la possibilità, in accordo con la letteratura sul Covid-19, che la terapia con interferone eserciti un certo grado di protezione. I dati acquisiti durante la seconda ondata aiuteranno a chiarire questo aspetto.

Nei pazienti analizzati si sono verificati 13 decessi (1,5%), di questi 11 erano in fase progressiva di malattia e 8 senza terapia. 38 (4,5%) sono stati ricoverati in un’unità di terapia intensiva o sub-intensiva, 99 (11,7%) hanno avuto una polmonite radiologicamente documentata e 96 (11,4%) sono stati ricoverati in reparti non intensivi.

La piattaforma Sclerosi Multipla e COVID-19 – MuSC-19 è un progetto di raccolta dati internazionale, collegato al Registro Italiano Sclerosi Multipla.