L’impatto del Covid-19 sui pazienti con malattie cardiovascolari

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Il periodo di emergenza sanitaria ha cambiato le nostre abitudini, anche quelle legate alla salute e ai controlli medici in generale, riducendo l’attenzione sulla prevenzione cardiovascolare. Bayer affida l’analisi della situazione attuale al prof. Claudio Ferri, Past President di SIIA (Società italiana Ipertensione Arteriosa), al fine di promuovere insieme una corretta informazione alla luce di questo particolare momento storico. Infatti, mai come in questo periodo, ciò che serve è fugare dubbi e fornire consigli utili e concreti a coloro che soffrono di problematiche legate all’apparato respiratorio e al cuore.

Secondo il prof. Ferri, nel mese di marzo 2020 è stato riscontrato un netto decremento degli accessi in ospedale per patologie non correlate al COVID-19. Questo sicuramente per gli accessi di tipo ambulatoriale, ma in buona parte anche per i ricoveri ordinari: “Nel 2019 ho avuto la possibilità di fare circa 6mila visite ambulatoriali, mentre nella Fase 1 del COVID-19, dopo cioè il decreto cosiddetto ‘staiacasa’, ho fatto appena 24 visite ambulatoriali – sostanzialmente consulenze urgenti, visto che gli ambulatori son stati sospesi ovunque – in 3 settimane. Simultaneamente, ho avuto un incremento molto netto dei contatti telematici: utilissimi senz’altro, ma dall’impatto modesto rispetto al consulto de visu. So con certezza che – come è ovvio in considerazione della sospensione degli ambulatori – lo stesso è accaduto in tutta Italia, persino in regioni che non hanno patito una grave emergenza in corso di COVID-19.”

Nella Fase 1 abbiamo messo in essere misure profilattiche rigorose, adottate sia dalla medicina di famiglia che dall’assistenza specialistica territoriale e ospedaliera. Ciò ha penalizzato il paziente COVID, tanto ricoverato quanto confinato a casa, che si è visto privato dell’affetto portato dalle visite dei familiari, ma paradossalmente soprattutto quello non-COVID-19, che ha vissuto difficoltà logistiche molto consistenti (sicuramente superiori rispetto a quelle del paziente infetto), ha evitato l’ospedale nel timore di entrare nel luogo ideale ove infettarsi e lo ha costretto a procrastinare gli indispensabili controlli. In accordo con ciò, studi di settore hanno evidenziato come nel marzo 2020 ci sia stata una drastica riduzione degli accessi legati a eventi coronarici acuti e delle procedure invasive a essi conseguenti. “Anche noi abbiamo condotto un’analisi in merito, rilevando una consistente riduzione anche degli accessi causati dagli eventi cerebrovascolari e dei ricoveri internistici globalmente intesi”, aggiunge Ferri. “Le malattie cardiovascolari e i loro fattori di rischio, tuttavia, covano sotto la cenere: il numero di accessi in ospedale si è ridotto per tanti motivi, prima di tutto la paura dei pazienti, che hanno preferito rimanere a casa. Purtroppo, i numeri già stanno dimostrando che i pazienti non-COVID, malgrado gli immensi sforzi dei medici, hanno pagato a caro prezzo l’emergenza COVID.”