
Il cibo come cura, non come semplice prevenzione. È il filo della seconda giornata del XXXIII Congresso Nazionale della Società Italiana di Gastroenterologia Epatologia e Nutrizione Pediatrica SIGENP 2026, che ha messo a confronto 2 condizioni in crescita tra i bambini, vale a dire il fegato grasso – complicanza diretta dell’obesità – e le malattie infiammatorie croniche intestinali – Crohn e colite ulcerosa – con un dato comune: in entrambi i casi, la nutrizione non è un contorno delle terapie, ma il loro fondamento.
FEGATO GRASSO, LA MALATTIA SILENZIOSA CHE CRESCE CON L’OBESITÀ
La steatosi epatica – oggi indicata con la sigla MASLD – riguarda il 2-3% della popolazione pediatrica e circa 1/3 dei bambini con sovrappeso o obesità: è la più comune malattia del fegato in età pediatrica. Cresce di pari passo con l’obesità, alla quale è strettamente legata, e nella grande maggioranza dei casi non dà sintomi. Non per questo è innocua: una steatosi non trattata decuplica il rischio cardiovascolare e di diabete già in giovane età e in età adulta può evolvere verso la cirrosi, fino al trapianto di fegato. Per questo – ricorda la SIGENP – la diagnosi precoce, oggi possibile con tecniche non invasive, è il primo passo.
“Ad oggi nessun farmaco è approvato specificamente per la steatosi in età pediatrica, e lo stile di vita da solo, per molti bambini, non basta”, dichiara Emanuele Nicastro, Università dell’Insubria, Ospedale Del Ponte di Varese. “La ricerca però sta cambiando passo, passando da approcci empirici a terapie mirate ai meccanismi della malattia.” Il ponte più immediato sono i farmaci dell’obesità, gli analoghi del GLP-1: negli adolescenti con obesità la semaglutide ha ridotto l’indice di massa corporea del -16% contro il -0,6% del placebo, e negli adulti con steatoepatite ha fatto regredire l’infiammazione nel 63% dei casi, contro il 34%, migliorando anche la fibrosi.
L’Ema ha già avviato un piano di sviluppo pediatrico dagli 8 anni. Ma i limiti sono netti, avverte Nicastro: mancano dati di sicurezza a lungo termine negli adolescenti, il peso tende a tornare alla sospensione, i farmaci non sono rimborsati in età pediatrica – con il rischio di creare disparità tra famiglie – e va sorvegliato il rischio di disturbi del comportamento alimentare.
CROHN E COLITE, QUANDO LA DIETA È LA PRIMA CURA
Sull’altro fronte, le malattie infiammatorie croniche intestinali colpiscono 1-2 bambini ogni 100mila e sono in aumento, soprattutto nei Paesi occidentali, in relazione agli stili di vita e all’uso eccessivo di antibiotici nei primi anni di vita; l’esordio è più frequente tra i 10 e i 12 anni.
“Per indurre la remissione nel Crohn del bambino la prima scelta resta la nutrizione enterale esclusiva: per alcune settimane una formula nutrizionale completa sostituisce tutti gli alimenti, spegnendo l’infiammazione senza cortisone”, afferma Massimo Martinelli, Centro di riferimento regionale per le MICI, Università Federico II di Napoli. “In una coorte nazionale di 649 bambini con nuova diagnosi di Crohn, il 77% l’ha seguita. Il problema è l’aderenza, difficile soprattutto per gli adolescenti: per questo si stanno affermando diete a base di cibi solidi, come la Crohn’s Disease Exclusion Diet, che nelle forme lievi-moderate offrono un’alternativa più accettabile.”
I farmaci biologici non sostituiscono la dieta, ma la integrano: nei pazienti a rischio più alto la nutrizione enterale si affianca alla terapia anti-TNF. Con una cautela, sottolinea Martinelli: nel mantenimento le diete restrittive vanno maneggiate con prudenza, perché le prove a lungo termine sono limitate e una restrizione protratta può aumentare il rischio di disturbi del comportamento alimentare; meglio – ribadisce – un’alimentazione varia e sana, seguita da un dietista esperto in MICI.















