Il futuro delle RSA nel post-Covid

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Da luoghi di assistenza a centri in cui si promuove la salute: il tema è stato al centro dell’incontro nazionale dal titolo Dall’emergenza all’Eccellenza – Il Futuro delle RSA nel Post Covid-19, evento realizzato da Quotidiano Sanità e Popular Science, con il contributo non condizionante di GSK, che ha visto a confronto istituzioni e stakeholder alla luce della gestione dell’emergenza pandemica. L’impatto del Covid-19 ha messo a dura prova le residenze sanitarie assistenziali e i pazienti più fragili, da cui è emerso il bisogno di una nuova governance anche in ottica di prevenzione. “Abbiamo una popolazione di anziani che conta quindicimila centenari in Italia e quasi ottocentomila ultranovantenni”, dichiara Roberto Bernabei, presidente di Italia Longeva. “La maggioranza sono donne affette anche da forme di demenza e la tendenza è di una crescente solitudine per il mancato ricambio generazionale. La Sanità in generale deve quindi prevedere luoghi di accoglienza e investire in strumenti di prevenzione efficaci e non onerosi per il paziente. Le vaccinazioni sono gratis e dimostrano di dare una difesa a lungo termine negli anni. Serve quindi una pianificazione sanitaria, che faccia delle Rsa degli hub&spoke di salute. Addirittura, la vaccinazione di popolazione all’interno di queste strutture sarebbe molto agevole anche grazie al fatto che sono diffuse sul territorio. L’indirizzo del Pnrr è di avere il rapporto di una casa della comunità per 50mila abitanti e un ospedale di comunità per 60mila.”

“Le Rsa sono anche luogo di conoscenza e si possono aprire al territorio”, commenta Ernesto Palummeri, responsabile Alisa per l’emergenza Covid nelle Rsa della Liguria. “Ci sono esperienze nel rendere servizi al di fuori delle mura della struttura, il potenziale di sviluppo è enorme per valorizzare le competenze.” Nella regione più vecchia di Europa il Covid ha inciso pesantemente sulla popolazione non solo delle residenze sanitarie, ma anche di tutte le comunità chiuse come carceri e conventi. “In Rsa ci sono i più fragili tra i fragili, anziani con polipatologie croniche, demenza, fragilità. Per cui è stato fondamentale distribuire un questionario tra gli operatori che ci ha indicato quali provvedimenti prendere. Abbiamo così ridotto la mortalità anche del 65,6% e contemporaneamente abbiamo vaccinato oltre il 95% tra ospiti e personale. Oggi i malati con Covid nelle Rsa liguri sono l’1%.”

Rispetto agli obiettivi posti dal Piano nazionale di prevenzione vaccinale, anche nelle residenze sanitarie assistenziali è ormai necessario implementare le coperture, come ha segnalato Claudio Mastroianni, presidente della Società italiana di Malattie infettive e Tropicali SIMIT, ordinario di Malattie infettive alla Sapienza di Roma e direttore UOC Malattie infettive all’Umberto I: “I vaccini, in particolare l’antipneumococco e l’antinfluenzale, hanno il ruolo di ridurre la pandemia silente dell’antimicrobico-resistenza. Evitare l’infezione consente di non dover ricorrere agli antibiotici, di ridurre l’ospedalizzazione e altri interventi di sanità pubblica, oltre a prevenire lo sviluppo di germi multiresistenti che colpiscono gli anziani, un evento classico nelle Rsa. E ciò vale anche per l’anti-herpes zoster, che può provocare una nevralgia post erpetica molto invalidante. Ora la nuova tecnologia ricombinante, da poco introdotta, consente di estendere la vaccinazione anche a soggetti immunocompromessi e può dare una protezione fino al 95% anche in età avanzata. Manca ancora una cultura vaccinale dei soggetti adulti, che sono così esposti a malattie prevenibili e prevedibili”, prosegue Mastroianni. “Gli specialisti inoltre spesso non hanno consapevolezza di avere, oltre alla terapia della patologia di loro competenza, armi di prevenzione importanti ed efficaci. Ma occorrono anche percorsi vaccinali che coincidano con il momento di cura, includendo anche le Rsa per raggiungere i più fragili.”

E proprio a proposito di herpes zoster, i dati di un nuovo studio osservazionale su larga scala condotto da GSK negli Stati Uniti su quasi 2milioni di pazienti, e pubblicato su Open Forum Infectious Diseases, mostra come Covid-19 potrebbe creare, nei primi 6 mesi successivi alla diagnosi, una vulnerabilità al cosiddetto Fuoco di Sant’Antonio nelle persone di età superiore ai 50 anni. In questo studio di coorte retrospettivo, gli over50 che hanno contratto l’infezione da Sars Cov-2 mostrano infatti il 15% di probabilità in più di sviluppare l’herpes zoster rispetto a chi non aveva contratto il Covid, con la percentuale che raggiunge il 21% in coloro che sono stati ricoverati per Covid.

“Sono professionalità da mettere insieme per dare risposte alla terza età e dare un futuro migliore a chi invecchia”, afferma Luca Pallavicini, presidente nazionale di Confcommercio Salute, Sanità e Cura. “Sono luoghi in cui è possibile dare spazio alle relazioni, a favorire i rapporti sociali con le famiglie e dare qualità di una vita serena. Per una programmazione futura, dobbiamo fare informazione e coesione tra servizio pubblico e sociosanitario e privato accreditato.”

“Le Rsa non siano viste come luogo chiuso da evitare, e l’emergenza Covid ha chiuso ancora di più le porte per ragioni di sicurezza”, aggiunge Matteo Marastoni, responsabile Governo Clinico del Gruppo La Villa. “Il futuro delle Rsa sarà invece diverso rispetto 2 anni fa. La prevenzione e la cura renderanno ancora più efficace la loro funzione. Ad esempio, la vaccinazione contro l’herpes zoster è praticabile nelle nostre strutture ed è molto utile per i grandi anziani poter fare un vaccino nel luogo in cui sono assistiti, anche per un migliore monitoraggio nei giorni seguenti. A fronte di una difformità di presenza e di linee guida nelle varie regioni, è fondamentale che le Rsa siano parte attiva verso le istituzioni sanitarie affinché diventino luogo di prevenzione e cura.”