Evolocumab e statine diminuiscono gli infarti

225

Presentati i risultati dello studio di fase III Huygens, che dimostrano come Evolocumab in aggiunta alla terapia statinica ottimizzata aumenti in modo significativo le caratteristiche di stabilità della placca nei pazienti con malattia arteriosa coronarica (CAD, coronary artery disease), rispetto alla sola terapia statinica. Questi dati sono stati annunciati nel corso del Congresso ESC 2021, organizzato dalla European Society of Cardiology dal 27 al 30 agosto.

Gli eventi cardiaci sono spesso la conseguenza della rottura di una placca vulnerabile. La caratteristica principale della placca vulnerabile è un grande nucleo lipidico centrale con un sottile cappuccio fibroso che funge da parete o barriera che la mantiene integra. “Per migliorare la prognosi dei pazienti con sindrome coronarica acuta è fondamentale ottenere la stabilità della placca, non solo di quella che ha causato l’evento acuto, ma anche delle altre placche presenti nell’albero coronarico”, spiega il dott. Giuseppe Musumeci, direttore Cardiologia, Ospedale Mauriziano, Torino. “La stabilità della placca aterosclerotica può essere garantita dalla riduzione del colesterolo. Più riusciamo a ridurre il colesterolo LDL, maggiori sono le possibilità di stabilizzare la placca fino a una regressione della stessa. È fondamentale intervenire subito; riuscire a diminuire il colesterolo LDL nella fase post-acuta garantisce l’immediato blocco della progressione della placca favorendone la stabilizzazione. I dati dello studio Huygens sono importanti, perché dimostrano chiaramente che la significativa riduzione dei valori di LDL ottenuta con evolocumab si associa ad una stabilizzazione delle placche verosimilmente riducendo quindi il rischio di eventi successivi.”

Lo studio Huygens ha valutato se evolocumab, in aggiunta alla terapia statinica, potesse aumentare lo spessore del cappuccio fibroso, così da migliorare la stabilità della placca stessa. Lo studio ha soddisfatto il suo endpoint primario: evolocumab in aggiunta alla terapia statinica ottimizzata ha infatti dimostrato di aumentare lo spessore del cappuccio fibroso di 42,7 µm rispetto a un aumento di 21,5 µm con la sola terapia statinica ottimizzata (75% versus 39%; p=0,01), come misurato mediante tomografia a coerenza ottica (OCT, optical coherence tomography). Con l’aggiunta di evolocumab lo spessore del cappuccio fibroso è quindi raddoppiato rispetto alle sole statine. Evolocumab ha anche migliorato tutti gli endpoint secondari dello studio, inclusa la riduzione dell’arco lipidico fino a -57,5° rispetto a -31,4° (p=0,01), come misurato mediante OCT.

“La maggior parte delle sindromi coronariche acute è causata dalla rottura della placca e coloro che hanno avuto un infarto sono particolarmente vulnerabili a ulteriori episodi di rottura di placca, a dimostrazione dell´importanza dello spessore del cappuccio fibroso per contribuire a stabilizzare le placche”, afferma Stephen J. Nicholls, MD, PhD, professore di Cardiologia e direttore del Monash University Victorian Heart Institute di Melbourne, Australia, primo autore dello studio. “Questi incoraggianti risultati riaffermano il potenziale di evolocumab ed evidenziano i benefici della molecola nei pazienti con SCA che hanno iniziato il trattamento precocemente.”