Covid-19, la malattia della paura

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Riportiamo di seguito le dichiarazioni riguardo al virus Sars-CoV-2 alla malattia COVID-19 di 3 professionisti che nei mesi passati, per motivi diversi, sono stati in prima linea nel fronteggiare l’epidemia.

GIUSEPPE IPPOLITO
Direttore Scientifico Istituto Nazionale per le Malattie Infettive (INMI), Lazzaro Spallanzani, Roma:

“La pandemia ci ha ricordato che non siamo onniscienti. Anzi, ci ha ricordato che non sappiamo tantissime cose e che le infezioni non hanno frontiere. Ci ha colto di sorpresa e ci siamo trovati a gestire questa grave situazione d’emergenza giorno per giorno. Potremmo essere più preparati ad affrontare a un’eventuale seconda ondata o a una nuova pandemia solo se lo Stato si dota di un piano pandemico molto prima dell’emergenza. È in questo modo che avremo più probabilità di gestire le cose al meglio.”

“Risultati promettenti sul fronte dei vaccini contro il covid-19, però ricordiamo che il vaccino non sarà l’unica strategia di contenimento dei virus. Non avremo un vaccino largamente disponibile per la popolazione mondiale prima della prossima primavera, è in fase di sviluppo il vaccino brevettato in Italia che speriamo possa dare buoni risultati in fase 1 e fase 2 ma abbiamo bisogno di soluzioni integrate che prevedono le misure di isolamento precoce dei pazienti, l’identificazione delle persone e la ricerca dei contatti.”

PROF. MASSIMO ANDREONI
Direttore Reparto Malattie Infettive Università Tor Vergata:

“I nostri ospedali erano poco pronti e preparati a gestire una pandemia di questa portata. Si è stati costretti a reinventare al momento nuovi percorsi per separare i pazienti infetti da quelli non infetti. Il problema è che la maggior parte delle nostre strutture ospedaliere sono impreparate sul fronte delle malattie infettive. Basta pensare che molti ospedali non hanno un reparto dedicato e in altri il reparto di malattie infettive è stato proprio chiuso. Allo stesso modo negli ospedali c’è una carenza di specialisti in malattie infettive, figure fondamentali per la gestione di un’emergenza di questo tipo.”

“La pandemia ha anche fatto emergere la nostra scarsa educazione alla sanità pubblica. Gli italiani hanno una scarsa sensibilità al problema, qualcosa che era già evidente con l’atteggiamento ostile che molti nostri concittadini hanno verso le vaccinazioni in generale.”

PROF. GIORGIO NARDONE
Psicoterapeuta, Centro Terapia Strategica, Arezzo:

“Quello che abbiamo imparato dalla pandemia è che l’essere umano, per quante conquiste tecnologiche e scientifiche che è stato in grado di fare, ha dei limiti insormontabili. In qualche modo la pandemia ci ha portato al Medioevo: per proteggerci dal nuovo coronavirus siamo stati costretti a attuare vecchie misure rigide, come l’isolamento e il distanziamento sociale. Dal punto di vista psicologico siamo stati costretti a fare i conti con l’angoscia esistenziale, con qualcosa contro cui non abbiamo alcuna arma definitiva. Questo ci ha portato a riflettere sui nostri limiti, ha messo in discussione quelle che noi consideravamo delle certezze. L’emergenza ci ha spinto a ridimensionarci. Ma ho i miei dubbi sul fatto che questa esperienza possa averci cambiato per sempre.”

“La pandemia in qualche modo è stata anche un’opportunità. Infatti, la necessità di dover rispondere ai bisogni dei pazienti, unita all’impossibilità di incontrarli fisicamente, ci ha ‘costretto’ a imparare a usare nuovi strumenti e nuove forme comunicative che si sono rivelate efficaci quanto le tradizionali.”