“Contro la demenza meglio essere ricchi che poveri”

770

La vecchia massima di Woody Allen sintetizza anche gli studi più recenti: per difendersi dall’Alzheimer, i soldi valgono più dell’istruzione. “È meglio essere ricchi che poveri, se non altro per ragioni economiche”. Niente di più nonsense, in effetti essere ricchi è molto meglio anche per motivi sanitari e non soltanto. Sono diversi gli studi scientifici che lo sottolineano, ormai sia per le demenze che per il benessere in generale. Tra questi, una recente ricerca pubblicata in Inghilterra dall’autorevole Jama Psychiatry spiega ad esempio che essere poveri da anziani raddoppia il rischio di sviluppare la demenza e che nella terza età le risorse economiche incidono sulla salute cerebrale più del livello di istruzione. Analizzando 6mila casi di adulti nati tra il 1902 e il 1943 è emerso appunto che il 20% della popolazione meno abbiente aveva oltre il 50% di possibilità in più di rischiare la demenza rispetto al 20% dei benestanti.

Aprendo a Montecatini Terme il X Congresso sui Centri diurni Alzheimer, curato dall’Unità di Medicina dell’Invecchiamento dell’Università di Firenze con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, il prof. Marco Trabucchi, presidente dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria, ha ricordato questo e altri studi per confermare una realtà innegabile, risaputa fin dall’antichità: “homo sine pecunia est imago mortis”, sentenziavano i latini. “Senza soldi non si campa, o si campa male. Non per niente si fanno le lotte sociali” sottolinea Trabucchi. “Soldi significa anche maggiore accesso all’istruzione. E in effetti anche secondo le ultime statistiche nei Paesi occidentali i casi di demenza sono diminuiti negli ultimi decenni del 20% soprattutto tra le persone con livelli di istruzione elevati. Perché? Perché l’istruzione produce di solito migliori prospettive di lavoro e guadagni maggiori, una vita culturale e sociale più ricca e capacità mentali superiori. In altre parole è uno scudo contro la demenza. Al contrario, la povertà equivale a bassa scolarità, riduce le possibilità di conoscere il mondo, di sapere e d’informarsi, non consente vita sociale. Col che, la mancanza di stimoli finisce per irrigidire il cervello riducendone la capacità di resilienza. In concreto – prosegue Trabucchi – anche a rischio di esser banali, la povertà stenta a difendersi dalla demenza non potendo materialmente permettersi quel sano stile di vita raccomandato come prevenzione da ogni geriatra oltre che dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: letture, cinema, distrazioni, attività fisica e culturale, rapporti sociali, viaggi. Non basta. La povertà incide ferocemente anche sulla vita dei malati e delle loro famiglie. Comporta difficoltà pratiche nell’orientarsi nei servizi, per acquistare sistemi di protezione, farmaci, badanti, ecc. Essere poveri significa quindi lotta quotidiana vissuta spesso in solitudine. È la povertà di chi magari non può neanche godere di rapporti affettivi efficaci, sia sul piano dell’assistenza fisica sia su quello del supporto morale. Una vita che non è più vita e che può condurre a quei tragici casi di omicidio del coniuge malato o di omicidio suicidio. Vogliamo dire – conclude Trabucchi – che è anche colpa dello Stato che fin qui ha fatto poco e nulla per garantire a queste disgraziate persone una vita o un fine vita dignitoso? Diciamolo pure, è la verità. La povertà dei malati si specchia infatti nella povertà dei servizi dedicati alle demenze. Un handicap tuttora molto diffuso, in particolare in alcune aree del paese. E non bastasse, ce la dobbiamo vedere anche con una notevole povertà di investimenti nella ricerca per definire come meglio fornire i servizi.”