Condizioni atmosferiche possono aggravare il Lupus

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Cambiamenti atmosferici, ma a volte anche ambientali contribuiscono ad aggravare il lupus eritematoso sistemico (LES). A sostenerlo alcuni ricercatori del Johns Hopkins Lupus Center di Baltimora. Gli studiosi, utilizzando i dati della U.S. Environmental Protection Agency (EPA), hanno esaminato gli effetti della concentrazione di polveri sottili (PM2.5) e di temperatura, umidità relativa, venti, concentrazione di ozono e pressione barometrica sulle acuzie associate a diversi organi in oltre 1.600 pazienti con lupus eritematoso sistemico. Sono stati calcolati i valori medi per ogni fattore 10 giorni prima della visita di un paziente. Dall’analisi dei dati si è evinto che le esacerbazioni a livello articolare, neurologico, renale, ematologico e polmonare erano direttamente associate a vento residuo e l’umidità era significativamente legata a riacutizzazioni articolari e sierosite. Inoltre, da una analisi multivariata sono emerse associazioni statisticamente significative tra fattori ambientali e attività del lupus. Eruzioni, sierosite e riacutizzazioni dal punto di vista ematologico e articolare erano tutte correlate a un aumento della temperatura. Le riacutizzazioni che colpivano i reni diminuivano all’aumentare della temperatura e della concentrazione di ozono. Infine, la concentrazione di PM2.5 era significativamente associata a rash, sierosite e acuzie a livello articolare ed ematologico. La pressione barometrica, invece, non presentava associazioni significative.

“È troppo presto per affermare con certezza l’esistenza di un collegamento tra i fattori ambientali da noi analizzati e le riacutizzazioni del lupus. Se confermato, le conseguenze potrebbero essere profonde e modificare la nostra comprensione dell’interazione del sistema immunitario con l’ambiente, conducendo a un miglior disegno degli studi clinici e a nuove possibili opzioni terapeutiche. La stagionalità delle acuzie di lupus probabilmente è il risultato di fattori atmosferici e climatici. Quanto abbiamo osservato nello studio potrebbe avere un’ampia gamma di implicazioni cliniche ed epidemiologiche”, dichiara il prof. George Stojan, autore dello studio. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista scientifica American College of Rheumatology 2019.