Come funziona il vaccino di Oxford?

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Il vaccino messo a punto nei laboratori del Jenner Institute dell’Università di Oxford in collaborazione con l’Oxford Vaccine Group, e con il contributo italiano della Irbm di Pomezia, ha un nome, almeno quello sperimentale, quasi impronunciabile: ChAdOx1 nCoV-19. Ma pare che il funzionamento sia meglio del nome, specialmente dopo che “per errore” e dunque per caso si è scoperto che l’efficacia del vaccino sia maggiore quando ne vengono somministrate una dose e mezza anziché le 2 dosi intere inizialmente previste. In particolare, il vaccino utilizza un vettore virale di scimpanzé con deficit di replicazione basato su una versione indebolita di un comune virus del raffreddore (adenovirus), che causa infezioni negli scimpanzé e contiene il materiale genetico della proteina spike SARS-CoV-2. Dopo la vaccinazione, viene prodotta la proteina spike superficiale, la quale attiva il sistema immunitario affinché attacchi il virus di COVID-19, qualora questo dovesse in seguito infettare l’organismo. Il vettore adenovirus ricombinante (ChAdOx1) è stato scelto per generare una forte risposta immunitaria già da una singola dose e, non essendo replicante, non è quindi in grafo di causare infezione nell’individuo vaccinato.

I vaccini prodotti con il virus ChAdOx1 si sono dimostrati ben tollerati, sebbene possano causare effetti indesiderati temporanei come febbre, sintomi simil-influenzali, mal di testa o dolore al braccio. La capacità produttiva totale è attualmente pari a 2miliardi di dosi. L’approvazione del vaccino in Europa è attesa verso fine mese.