Chetoacidosi diabetica. “Una delle complicanze più gravi del diabete”

La chetoacidosi diabetica DKA rappresenta una delle complicanze acute più gravi del diabete e una delle principali cause di accesso al Pronto Soccorso per scompenso glicemico. Si tratta di una condizione potenzialmente fatale che, se da un lato costituisce spesso l’esordio di un diabete non ancora diagnosticato (soprattutto nei più giovani), dall’altro colpisce frequentemente anche pazienti già in trattamento. Per fare luce su questa emergenza clinica e organizzativa, la rivista di politica sanitaria Italian Health Policy Brief IHPB ha promosso nei giorni scorsi a Roma, con il contributo non condizionante di Abbott, un incontro istituzionale con l’obiettivo di unire Istituzioni, Associazioni pazienti e Società scientifiche (dalla Medicina d’Urgenza all’Endocrinologia, dalla Diabetologia alla Medicina Generale) per ridisegnare la governance di una patologia che in Italia interessa circa 4milioni di persone, il 6% della popolazione.

La DKA non è solo una sfida clinica, ma un carico pesante per le casse e le Strutture del Servizio Sanitario Nazionale, caratterizzato da ricoveri urgenti, passaggi in Terapia Intensiva e degenze prolungate. “La chetoacidosi diabetica è una complicanza acuta e potenzialmente letale, con un’incidenza annuale del 4-8% negli adulti e una frequenza elevata all’esordio nei bambini”, dichiara il prof. Luca Degli Esposti, ceo di CliCon. “Chi affronta un episodio di DKA ha un rischio di mortalità significativamente maggiore rispetto alla popolazione generale. L’aumento dei casi nel tempo sta determinando un carico crescente per il sistema sanitario, legato a ricoveri urgenti e riammissioni. Se la gestione dell’acuzie in Pronto Soccorso si rivela generalmente efficace, il vero punto critico si focalizza sul ‘dopo’. La mancanza di programmi di follow-up strutturati sul territorio e la presenza non uniforme del Diabetologo nei Dipartimenti di Emergenza rendono la dimissione un momento di forte vulnerabilità. Nel caso dei pazienti pediatrici, l’attenzione deve essere ancora più alta. La tecnologia e la formazione si profilano come i 2 pilastri della prevenzione.”

“La cura non finisce con la stabilizzazione del paziente”, afferma il prof. Claudio Maffeis, ordinario di Pediatria all’Università di Verona “Il post-dimissione è decisivo per evitare recidive e richiede una reale integrazione tra Pronto Soccorso, Diabetologia e Medicina Generale. L’educazione terapeutica e l’arrivo di sistemi innovativi per il monitoraggio in continuo dei chetoni saranno fondamentali per migliorare l’aderenza alle cure e prevenire nuovi eventi gravi.”

La comunità scientifica concorda sull’urgenza di sviluppare raccomandazioni comuni e codificate per il follow-up, integrando il controllo metabolico, il coinvolgimento dei caregiver e le più moderne tecnologie di monitoraggio glicemico. In questo flusso, il Pronto Soccorso deve trasformarsi da semplice “snodo dell’emergenza” a punto di inizio di un percorso di salute territoriale integrato: “Il Pronto Soccorso affronta la complessità e spesso formula la prima diagnosi di diabete”, dichiara il dott. Francesco Rocco Pugliese, direttore DEA Ospedale Sandro Pertini, ASL Roma 2. “È essenziale che all’efficacia dell’emergenza seguano procedure di dimissione condivise e collegate ai servizi territoriali. Una presa in carico territoriale forte riduce la pressione sui Pronto Soccorso, intercetta precocemente i bisogni del paziente e favorisce la sostenibilità economica della spesa sanitaria.”

Il tavolo multidisciplinare ribadisce come solo superando la frammentazione operativa attraverso una governance condivisa sarà possibile offrire ai pazienti affetti da chetoacidosi diabetica un modello assistenziale sicuro, organico e sostenibile.