Cardiopatia aritmogena. “Nuove prospettive di cura dalla terapia genica

La cardiopatia aritmogena è una malattia genetica rara, caratterizzata da una riduzione della capacità di contrarsi del muscolo cardiaco associata a frequenti e intense aritmie. Colpisce 1 persona su 5mila nel mondo e si manifesta spesso durante l’adolescenza, con una prevalenza nei soggetti che praticano intensa attività sportiva. Si tratta di una patologia caratterizzata da sintomi aspecifici, ovvero comuni anche ad altre patologie, e per questo difficile da diagnosticare precocemente. Data la natura genetica della malattia, non può essere prevenuta né risolta in modo definitivo, ma ad oggi esistono terapie che possono controllarne i sintomi a patto che vi sia un’elevata aderenza terapeutica, difficile da assicurare nei soggetti molto giovani senza che questo influisca sulla qualità di vita. Nuove possibilità di cura potrebbero in questo senso arrivare grazie alla terapia genetica.

L’Unità di Cardiologia Molecolare dell’IRCCS Maugeri di Pavia, guidata dalla prof.ssa Silvia Priori, ordinario di Cardiologia e direttore della Scuola di Specializzazione in Cardiologia presso l’Università degli Studi di Pavia, è Centro di riferimento per la gestione di pazienti affetti da patologie aritmogene su base genetica, con oltre 10mila soggetti seguiti presso IRCCS, di cui circa 100 con variante genetica di cardiopatia aritmogena. In occasione di un recente evento organizzato presso la Struttura e rivolto a pazienti e caregiver, ha illustrato, insieme alla dott.ssa Natasha Patterson, direttore medico BioTech Tenaya Therapeutics, Priori, i potenziali benefici di questa terapia, per la quale saranno presto avviati i trial clinici. “La causa di questa malattia è da ricercare in una mutazione del gene che produce le proteine deputate a tenere unite le cellule che compongono il tessuto miocardico”, spiega Priori. “L’alterazione del gene determina una riduzione della quantità e della struttura di queste proteine con conseguente distacco delle cellule del miocardio che, separandosi, lasciano spazi vuoti nei quali si forma del tessuto fibroso che rende il muscolo cardiaco meno elastico e incapace di contrarsi e pompare il sangue. Se la patologia non viene curata tempestivamente – prosegue – tende ad aggravarsi, fino a trasformarsi in scompenso cardiaco. A questo quadro già di per sé critico si associa il fatto che la presenza di tessuto fibroso fa da ostacolo alla propagazione degli impulsi elettrici del cuore, dando luogo ad aritmie gravi.”

La patologia si manifesta con palpitazioni, svenimenti improvvisi, non causati da altre concause, spesso durante attività fisica intensa o in concomitanza con emozioni forti, e aumentato rischio di morte improvvisa. La diagnosi avviene generalmente su indicazione del Medico sportivo, tramite screening familiari o, in fase precoce, sulla base di test genetici. Ad oggi, i pazienti che soffrono di questa patologia vengono curati con farmaci beta-bloccanti, talvolta abbinati all’impianto di un defibrillatore transvenoso che riduce le aritmie. Ma la prima “terapia” da mettere in atto è l’astensione totale da qualsiasi attività sportiva ad alto impatto sul cuore. In questo contesto, la terapia genica rappresenta una rivoluzione importante, perché non si limita a curare il sintomo ma agisce sul substrato che causa la malattia, con la speranza di riuscire a rallentarne il decorso, se non addirittura a curarla, come avvenuto per altri ambiti di applicazione: “La cardiomiopatia aritmogena è causata da un difetto genetico. Pertanto il DNA è alterato e produce un quantitativo insufficiente di proteine desmosomiali”, continua Priori. “La terapia genica utilizza DNA sintetizzato in laboratorio, veicolato all’interno delle cellule cardiache da un virus innocuo che non è in grado di replicarsi e che porta il DNA terapeutico nel nucleo delle cellule del cuore, aumentando il livello della proteina carente nel paziente.”

A differenza delle attuali terapie, che prevedono l’assunzione di svariati farmaci al giorno, la terapia genica, agendo sulla patologia direttamente a livello genetico, offrirebbe inoltre il vantaggio di prevedere 1 singola somministrazione, incidendo positivamente su qualità di vita e aderenza terapeutica. “Gli straordinari progressi biotecnologici degli ultimi anni – conclude Priori – hanno consentito di mettere a disposizione dei pazienti soluzioni terapeutiche straordinarie e per noi è fondamentale contribuire a diffonderne la conoscenza.”