Carcinoma della mammella. Sacituzumab Govitecan aumenta la sopravvivenza rispetto alla chemioterapia

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Presentati al meeting annuale 2022 dell’American Society of Clinical Oncology ASCO i dati finali dello studio di fase III Ascent su sacituzumab govitecan in pazienti con carcinoma mammario triplo negativo (TNBC, triple-negative breast cancer) metastatico recidivante o refrattario che hanno ricevuto 2 o più precedenti terapie sistemiche, almeno una delle quali per la malattia metastatica, che rappresentano attualmente lo standard of care in seconda linea di trattamento. In un’analisi di follow-up condotta dalla chiusura del database, sacituzumab govitecan ha migliorato la sopravvivenza mediana libera da progressione rispetto alla chemioterapia scelta dal medico e ha esteso la sopravvivenza globale mediana (OS) di quasi 5 mesi nella popolazione intent-to-treat (ITT). Il tasso di OS a due anni era del 20,5% nel braccio sacituzumab govitecan, rispetto al 5,5% nel braccio chemioterapia scelta dal medico. Sacituzumab govitecan ha anche mostrato miglioramenti clinicamente significativi nella qualità della vita correlata alla salute (HRQoL, health-related quality of life) rispetto alla chemioterapia.

“Oggi in Italia vivono più di 37mila persone con tumore della mammella metastatico”, afferma il prof. Saverio Cinieri, presidente Associazione Italiana di Oncologia Medica AIOM. “La forma triplo negativa, in cui rientrano il 15% delle diagnosi di carcinoma mammario, non presenta i recettori degli estrogeni, del progesterone e della proteina HER2. Questo significa che non risponde alla terapia ormonale e ai farmaci che hanno come bersaglio HER2. È la forma più aggressiva, in cui il rischio di ricaduta a distanza aumenta rapidamente a partire dalla diagnosi e raggiunge il picco nei primi tre anni. Lo studio Ascent è importante perché dimostra che, grazie a una terapia mirata, è possibile migliorare significativamente non solo la sopravvivenza globale ma anche la qualità di vita, aspetto decisivo nel trattamento della malattia metastatica. Va inoltre considerato che il carcinoma mammario triplo negativo colpisce spesso donne giovani che si trovano nel pieno della loro vita familiare e professionale, come madri, mogli e lavoratici. In questi casi, la malattia ha un impatto profondo sull’intera famiglia. Da qui la necessità di opzioni terapeutiche innovative che garantiscano quantità e qualità di vita.”

Sacituzumab govitecan non è stato approvato da alcuna agenzia regolatoria per il trattamento del carcinoma mammario metastatico HR+/HER2-. La sua sicurezza ed efficacia non sono state stabilite per questa indicazione. “Sacituzumab govitecan è un farmaco estremamente innovativo che sfrutta la capacità di un anticorpo in grado di andare a bersaglio di un target specifico sulle cellule tumorali, portando con sé un potente chemioterapico. Questo permette da una parte una grande efficacia terapeutica, dall’altra di ridurre la tossicità legata all’esposizione delle cellule normali”, dichiara il dott. Giampaolo Bianchini, responsabile del Gruppo Mammella nel Dipartimento di Oncologia dell’IRCSS Ospedale San Raffaele. “Questa molecola è approvata dagli enti regolatori americani ed europei per la malattia triplo-negativa metastatica, e ad ASCO è stata confermata la sua capacità di dimezzare il rischio relativo di morte, un risultato che non ha precedenti in questo particolare tipo di tumore mammario particolarmente aggressivo. Per questa ragione siamo tutti in attesa della rimborsabilità del farmaco in Italia. Il nuovo studio presentato ad ASCO, relativo alla malattia metastatica HR+/HER2- fortemente pretrattata, ha dimostrato anche in questo sottogruppo che sacituzumab govitecan riduce significativamente il rischio di progressione rispetto all’uso della chemioterapia standard, rappresentando potenzialmente una nuova opzione di cura anche in questo setting con limitate opzioni terapeutiche. Sarà importante attendere anche i dati maturi relativi alla valutazione dell’impatto sulla sopravvivenza.”

I risultati dello studio sono stati pubblicati anche sul New England Journal of Medicine.