Il burro fa male o fa bene al cuore? I contrasti della ricerca scientifica e i dubbi del consumatore

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A fine giugno Shvam Kolvekar, cardiochirurgo presso l´University College London Hospital inglese, riportando i dati di uno studio nazionale britannico denunciava un dato reale e preoccupante: negli ultimi anni è fortemente aumentata la necessità di bypass aorto-coronarico intorno ai 30 anni di età in conseguenza di una dieta estremamente ricca di acidi grassi saturi, come quelli presenti nel burro. Lo stesso studio evidenziava anche come 9 bambini su dieci consumino una quantità eccessiva di acidi grassi saturi ogni giorno, e insieme a loro oltre l´80% della popolazione inglese. Qualche giorno addietro, una nuova ricerca, questa volta americana, sembra sostenere l’opposto: secondo gli studiosi il consumo sembra solo minimamente ipotizzato in correlazione alla mortalità, mentre non esiste alcun nesso con le malattie cardiovascolari. Di più: è stato rilevato perfino un lieve effetto protettivo per chi soffre di diabete. Durante la sperimentazione, i ricercatori hanno “testato” 636.151 persone sottoponendole al consumo giornaliero di un cucchiaio di burro, circa 14 grammi. Nel corso del periodo di sperimentazione si sono verificati 28.271 decessi, 9.783 casi di malattie cardiovascolari e 23.954 casi di insorgenza di diabete. Lo studio americano, realizzato dai ricercatori della Friedman School of Nutrition Science and Policy della Tufts University, è stato pubblicato su Plos One. In mezzo a queste due ricerche si trovano i consumatori. Dunque cosa fare? Consumare o no quantità di burro? “Sebbene chi mangia burro abbia uno stile di vita e un’alimentazione peggiore – spiega Laura Pimpin, autrice dello studio – questo alimento sembra essere complessivamente neutrale.”