Biomarcatori, “biopsia liquida” e RM multiparametrica. Tutti gli elementi per identificare il tumore della prostata.

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Il tumore prostatico è il secondo tipo di neoplasia maligna più comunemente diagnosticata negli uomini in tutto il mondo. Nel 2012, circa 1,1 milioni di maschi adulti hanno ricevuto la diagnosi di questa malattia e 307.000 sono morti nel mondo. In Italia vivono 398mila uomini dopo la diagnosi di tumore della prostata, che rappresenta il 20% di tutte le neoplasie individuate fra gli over50. Il PSA aumenta in presenza di tumore ma anche di patologie infiammatorie (prostatiti) e patologie benigne come l’adenoma. In pratica il PSA è un marcatore altamente specifico ma non altrettanto sensibile per poter fare diagnosi di tumore. Per questo lo scopo di eseguire test più specifici rimane quello di arrivare ad una diagnosi di probabilità molto elevata ma soprattutto evitare ripetute biopsie della prostata in tutti quei pazienti che presentano innalzamenti del marcatore, riducendo al minimo il senso di ansia e disagio da parte di coloro che convivono con il sospetto di un tumore. Essendo questi test effettuati da laboratori soprattutto privati, è difficile però riuscire a capire la portata del fenomeno, cioè quante persone realmente si sottopongono a questi esami. In ogni caso i numeri sono importanti in quanto, ogni anno, più di 100mila persone si sottopongono a biopsia e di questi un 25-35% deve ripeterla almeno una seconda, terza e anche quarta volta. I test più utilizzati sono il PCA3 e il proPSA.
Il PCA3 è un test genetico specifico, che viene dosato su un campione urinario, dopo massaggio prostatico. Inizialmente il suo dosaggio veniva richiesto quando i valori del PSA si innalzavano e una prima biopsia prostatica ecoguidata era risultata negativa per tumore. Ma oggi sono in molti a richiedere il test più sicuro, anche quando rischi o sospetti sono completamente assenti in quanto i valori del PSA sono normali e quindi = a 2.5 ng/ml nei 50-65 e = a 4 ng/ml dai 65 anni in poi. Comunque indici elevati al di sopra del 35% sono significativi per tumore e quindi bisogna ricorrere alla biopsia. Il test si avvale della tecnica della TMA (Transcription Mediated Amplification) per quantificare il livello di mRNA corrispondente al gene PCA3 presente in un campione di urina: maggiore è la quantità di PCA3, maggiori saranno le probabilità della presenza della neoplasia.
Il proPSA è invece eseguibile con un semplice prelievo di sangue; in pratica si tratta di una frazione della molecola del PSA che, raffrontato con un calcolo matematico al PSA totale e libero, consente di calcolare l’indice di salute prostatica, PHI, acronimo inglese di Prostate Health Index. Percentuali comprese tra 0 e 22 escluderebbero il tumore, quelle > di 45 presentano una alta probabilità di tumore, mentre esiste una zona grigia, compresa tra 23 e 44 in cui è prevalente il giudizio dell’urologo, dopo visita ed indagini diagnostiche. Ma in un prossimo futuro forse potremo dire veramente addio alle biopsie della prostata. Infatti un gruppo di ricercatori americani della Carnegie Mellon University, per individuare le cellule tumorali circolanti (Ctc) “spia” di malattia, ha messo a punto una nuova tecnica basata sulle onde sonore. La metodica, descritta sulla rivista scientifica “Pnas” funziona 20 volte più velocemente di quelle oggi disponibili per la ricerca delle Ctc. Al momento servono 5 ore per analizzare un campione di sangue da 5 millilitri, ma gli studiosi sono al lavoro per abbattere a mezz’ora il tempo necessario per l’analisi. Inoltre questa “biopsia liquida” condotta con l’esame delle Ctc offre un’opzione molto meno invasiva e permette di raccogliere informazioni anche su eventuali metastasi, sulla risposta al trattamento somministrato e sulla genetica del tumore in modo migliore rispetto allo studio delle cellule prelevate direttamente dalla neoplasia. In molti casi, tuttavia, le cellule tumorali circolanti sono troppo poche per essere analizzate in quanto nel sangue scorrono assieme a migliaia di globuli bianchi, milioni di globuli rossi e migliaia piastrine. I ricercatori in USA hanno sviluppato il prototipo di un nuovo chip che attraverso le onde sonore, sfruttando caratteristiche fisiche peculiari delle Ctc, consente di separarle le cellule tumorali dagli elementi figurati del sangue molto più velocemente di quanto si possa fare oggi. Il tutto con la stessa efficacia, come hanno dimostrato per la prima volta una serie di esperimenti condotti sul cancro al seno. Ma oggi “imperversa” la Risonanza Magnetica Multiparametrica e, secondo molti specialisti, potrebbe ridurre l’utilizzo dei marcatori e evitare biopsie multiple.
La Risonanza Magnetica Multiparametrica fornisce immagini in grado di individuare anche piccole modificazioni strutturali della prostata, fornisce soprattutto informazioni sulla ricca componente cellulare e vascolarizzazione del tumore. Queste caratteristiche certamente migliorano le performance della RM convenzionale e costituisce un importante elemento per pianificare il percorso diagnostico-terapeutico dei pazienti con tumore alla prostata. La nuova metodica rende infatti possibile l’individuazione di tumori anche di dimensioni millimetriche, compresi tra 0,6 e 6 mm, e risulta confortevole in quanto non utilizza la bobina endorettale. Nel campo della diagnosi di tumore prostatico consente infatti di orientare i prelievi della biopsia in modo molto più selettivo verso le piccolissime zone sospette, dove è probabile che si trovi il tumore, evitando quindi i 12-18-24-36 prelievi attualmente eseguiti quando il PSA è elevato e il tumore non è evidente come succede con l’ecografia. Inoltre molte altre biopsie potranno essere evitate o rimandate qualora, in presenza di un PSA elevato, non sia dimostrabile alcuna zona sospetta per tumore.