Antonio, di nuovo sordo nel lockdown, aspetta di ritornare a sentire. A Bergamo ripresi gli impianti cocleari

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Il primo intervento con l’impianto cocleare risale al 2002. Tutto va per il meglio e per Antonio non è più un problema dialogare in famiglia, ascoltare i propri figli, anche fare il volontario nei carabinieri in congedo. Il dispositivo nel dicembre dell’anno scorso comincia a deteriorarsi, vengono eseguite le prime valutazioni mediche e si decide di sostituire l’impianto con un modello attuale, tecnologicamente più avanzato. A gennaio, il paziente è di fatto completamente sordo, ma l’intervento programmato salta per via dell’emergenza Covid. Un periodo difficile, perché la sordità oramai era un ricordo lontano. Appena possibile il signor Alborghetti si sottopone agli esami specifici e a quelli previsti dall’emergenza, come il tampone prima di essere ricoverato. Il 26 maggio l’intervento e il 15 luglio l’accensione dell’impianto. Alla domanda che cosa farà come prima cosa una volta riacquistato l’udito si commuove: “Questa nuova vita la voglio dedicare a tutti gli amici che sono mancati in questi mesi”. Poi ritrova il sorriso e lo spirito che lo ha sempre mosso nell’aiutare gli altri: “Voglio ricominciare a usare la ricetrasmittente per comunicare con i miei amici volontari dei carabinieri in congedo”.

La ripresa lavorativa al Papa Giovanni ha anche il volto di Antonio Alborghetti. È lui infatti il primo paziente sottoposto a impianto cocleare dall’inizio della pandemia. Bergamasco, 63 anni, è entrato in sala il 26 maggio e come lui sono già pronti alla loro Fase 2 altri pazienti che saranno operati nel mese di giugno.

L’impianto cocleare, il cosiddetto orecchio bionico, rappresenta infatti una vera e propria rinascita uditiva nella vita delle persone che si sottopongono all’intervento. Questo si pone come risolutivo per neonati con diagnosi di sordità profonda individuati attraverso protocolli di screening regionali effettuati nei primi giorni di vita, ma anche per adulti che possono perdere parzialmente o totalmente la propria capacità uditiva. Diventa sempre più importante, pertanto, l’utilizzo di protocolli diagnostici e terapeutici interdisciplinari utili a definire il tipo e le cause della sordità (genetica, infettiva, traumatica, etc.), le eventuali anomalie anatomiche e i possibili deficit neuro-psicologici, al fine di stabilire il corretto iter riabilitativo (protesico, chirurgico, logopedico) e il corretto follow-up dei pazienti.

“All’ospedale di Bergamo l’attività è iniziata fin dagli anni Novanta ma è stata potenziata a partire dal 2007, tanto che oggi c’è un ‘Centro multiprofessionale per le sordità profonde – Impianto cocleare’ che fa parte dell’Unità Operativa di Otorinolaringoiatria”, spiega il direttore Giovanni Danesi, a capo del Dipartimento di Neuroscienze e recentemente nominato Presidente della European Skull Base Society (ESBS). “Il nostro è un centro di terzo livello; eseguiamo circa 25 interventi l’anno e 1 su 3 riguarda un bambino sotto i 2 anni. In questi casi si tratta quasi sempre di un doppio impianto, mentre per gli adulti si valuta attentamente la situazione e spesso un solo impianto cocleare è sufficiente a garantire una buona percezione uditiva e un’ottima qualità di vita relazionale. Per i pazienti maggiorenni, oltre la metà proviene da fuori regione.”

“Da sempre, per assicurare elevati standard di qualità, la regolazione dell’impianto viene eseguita da personale specializzato delle aziende produttrici di impianti cocleari, che puntualmente si recavano in Ambulatorio per seguire i nostri pazienti. Sapevamo però che alla fine del lockdown sarebbe stato importante rivedere soprattutto quei pazienti che sono stati operati nei primi mesi dell’anno”, spiega Ilaria Patelli, logopedista che si occupa in particolare sia della regolazione dei dispositivi che del percorso riabilitativo. La soluzione è venuta dalla telemedicina: il paziente accede comunque in ospedale al Centro Impianti, ma la regolazione avviene attraverso il collegamento fra il computer dell’ambulatorio e quello del tecnico incaricato da remoto. “In questo modo – prosegue Patelli – manteniamo gli elevati standard qualitativi abituali e ‘aggiriamo’ l’impossibilità dei tecnici di raggiungere la Lombardia. Una soluzione che finora è risultata gradita e che anzi, oltre a consentire una veloce ripresa di tutte le nostre attività, ci permetterà di rispondere rapidamente anche alle urgenze, visto che non è più necessario il trasferimento del personale specializzato da fuori regione o dall’estero.”