Anemia spaziale, la malattia degli astronauti

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Anemia spaziale. È questo il nome della patologia più frequente in chi staziona a lungo nello spazio. Secondo uno studio recentemente pubblicato su Nature Medicine, sembra che l’organismo umano non sia proprio idoneo per compiere viaggi nello spazio. Sarebbe infatti sufficiente anche solo una permanenza prolungata nell’orbita terrestre per ridurre in modo significativo il numero di globuli rossi presenti nel sangue. A gravità zero, i corpi degli astronauti distruggono infatti i globuli rossi a una velocità anomala. Un gruppo di ricercatori dell’Università di Ottawa ha studiato i campioni di sangue di 14 astronauti a bordo della Stazione Spaziale Internazionale per un periodo di 6 mesi: sia gli uomini sia le donne hanno mostrato un calo del numero di globuli rossi. In circostanze normali, un corpo umano ne distrugge e produce fino a 2milioni al secondo; nello spazio, a gravità zero, la distruzione dei globuli rossi sale invece a 3milioni al secondo, in parte compensato da un incremento della produzione che previene l’insorgenza di una ancor più compromettente anemia.

I dati raccolti evidenziano inoltre come i livelli di distruzione dei globuli rossi rimanessero elevati anche una volta rientrati sulla Terra, cominciando a invertire la tendenza trascorsi 3-4 mesi. Nonostante i valori tendessero a migliorare con il tempo, a distanza di 1 anno era comunque apprezzabile una perdita del 30% superiore rispetto a soggetti comuni. “Comprendere esattamente le cause di questa anemia consentirebbe di trattarla o prevenirla sia negli astronauti sia nei pazienti qui sulla Terra”, afferma Guy Trudel, docente presso la Ottawa University e autore principale dello studio. “Nello spazio avere meno globuli rossi non è un problema, in quanto il corpo è senza peso”, spiega. Le maggiori implicazioni sono dunque contestuali al rientro sulla Terra, o in un ipotetico sbarco nell’ambito di esplorazioni future di altri Pianeti: “L’anemia colpisce l’energia, la resistenza e la forza, e può minacciare gli obiettivi della missione”, prosegue. “Gli effetti dell’anemia si sentono solo una volta atterrati, quando bisogna fare di nuovo i conti con la gravità.”