Alzheimer: stress e resilienza nei caregiver

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Lavorare in un nucleo Alzheimer o in un contesto domiciliare dove ci si prende cura di persone e famigliari con decadimento cognitivo è un sfida impegnativa. Gli operatori condividono con il malato aspetti intimi e delicati e se riescono a contrastare lo stress trasmettono positività a vantaggio anche dell’organizzazione e dei suoi costi di gestione. Di questo si è discusso durante il convegno organizzato allo Star Hotel Grand Milan di Saronno dalla Rsa Villaggio Amico, in cui numerosi esperti e psicoterapeuti hanno affrontato il tema della resilienza, elemento chiave per dar luogo a un processo che consenta la ripresa nonostante eventi traumatici e circostanze avverse. In apertura di convegno i saluti delle istituzioni, con il breve intervento del direttore sociale della Asl di Varese, Lucas Maria Gutierrez, del direttore di Villaggio Amico, Claudio Cavaleri, e della presidente di Aima, l’associazione che rappresenta le famiglie di pazienti con demenza – dott.ssa Patrizia Spadin – la quale ha ricordato che “la mancanza di sostegno è la fonte principale di stress, che risorse e servizi sono fondamentali e che il paziente deve essere al centro di una rete con responsabilità condivise”, concludendo con una domanda provocatoria che è un richiamo alle istituzioni a livello nazionale: “A che numero di giornata mondiale dell’Alzheimer si dovrà arrivare per dire che il nostro Paese rispetta i malati di demenza?” Il dott. Giovanni Brighenti, psicologo e psicoterapeuta della Rsa Villa Giulia di Bologna, ha parlato dello stress che si sviluppa in tre fasi (allarme, resistenza, esaurimento) e di stress emotivo, originato attraverso le relazioni. L’operatore che si sente ad alto rischio cosa deve fare? Come prima cosa avvalersi di esperti e specialisti del settore. Un ruolo importante è inoltre quello della formazione di base rispetto alla prevenzione primaria. Presso Villa Giulia questo fenomeno è stato indagato con una ricerca per analizzare l’esistenza tra gli operatori di eventuali casi di esaurimento emotivo, depersonalizzazione e realizzazione personale (a livelli elevato/medio/basso). Secondo Il prof. Elio Borgonovi, docente senior Sda Bocconi, il 30% della popolazione italiana ha una o più patologie croniche e assorbe il 70% della spesa sanitaria. Questa è una delle conseguenze dell’allungamento della vita. L’Italia tuttavia, tra i Paesi sviluppati, è uno di quelli con la spesa minore. “In generale – ha proseguito Borgonovi – si sostiene che la possibilità di affrontare questi problemi dipenda non solo da soluzioni ‘tecniche’ o economiche, ma dal recupero della centralità della persona, intesa sia come attenzione alle reali necessità dei pazienti, sia come attenzione alle condizioni di chi deve prendersi carico di loro. Da un rapporto di ‘operatore che cura’, bisogna passare a un rapporto bidirezionale di ‘operatore che si prende cura di una persona’. Ma il prendersi cura comporta un impegno di energie e carico psicologico molto più elevato rispetto alla semplice assistenza o cura. Chi si prende cura è maggiormente esposto al rischio di burn out, in quanto in un certo senso entra in relazioni difficili da gestire perché, nel caso dei pazienti Alzheimer, riguarda non solo chi è colpito ma anche la famiglia e l’ambito dei suoi affetti. In una organizzazione che non si fonda su ruoli formali, gerarchici, ma privilegia le relazioni di scambio e di condivisione di esperienze tra gli operatori è possibile creare un ambiente che ricostituisce le energie che gli operatori consumano nelle relazioni con i pazienti. Imparare insieme è il miglior modo per ridurre il livello di stress, poiché consente a ognuno di essere preparato alle diverse situazioni, o di governare lo stress, poiché ognuno ha gli strumenti per affrontare nuove situazioni e un maggiore livello di complessità.” Ed ecco la resilienza: la capacità di adattare i modelli di assistenza, meglio di presa in carico, alle evoluzioni del contesto famigliare, sociale, economico dei pazienti. “In questo probabilmente sono meglio attrezzate le organizzazioni che hanno fini di interesse generale, forte autonomia e flessibilità di gestione, ossia – ha concluso Borgonovi – le organizzazioni non profit o quelle che operano in solide reti pubblico-privato.”