Alzheimer. Nuove ipotesi sull’origine

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Bersaglio sbagliato? Mentre l’Alzheimer miete sempre più vittime restando sì addomesticabile, ma drammaticamente inguaribile, il mondo scientifico, nel tentativo di identificare la sorgente della malattia, si pone ormai apertamente due domande: “Perché la ricerca sulla proteina Beta Amiloide continua ad assorbire la quasi totalità delle risorse malgrado i modesti risultati delle terapie anti-amiloide? Perché altre ipotesi logiche e promettenti sono lasciate ai margini, per esempio quelle sul mitocondrio, la centrale energetica delle cellule che quando in vecchiaia via via si spegne compromette tutto l’organismo, cervello incluso?”. È quanto si chiede Patrizia Mecocci, docente di Gerontologia e Geriatria all’Università di Perugia nonché direttrice del reparto di Geriatria del locale ospedale che presenterà, in occasione del Congresso sui Centri Diurni Alzheimer in programma dall’1 al 2 marzo a Montecatini Terme, una relazione dal titolo più che esplicito: “Oltre l’Amiloide”.

“Siamo infatti sempre più convinti che il processo distruttivo innescato dalla proteina Amiloide sulle sinapsi del cervello si collochi a valle di una degenerazione più generale dell’intero organismo nel corso dell’invecchiamento”, dichiara Mecocci. “È il primo fattore di rischio della malattia, causata dalla progressiva riduzione nella produzione di energia da parte dei mitocondri, per cui le cellule non riescono a mantenere la loro struttura e a riparare i danni che si accumulano nel tempo. L’Alzheimer può in definitiva determinarsi per la somma di tanti piccoli danni cerebrali che scatenano a loro volta processi infiammatori cronici e accumulo di proteine tossiche. Peccato che a questo tipo di studi siano riservate scarse risorse, ancor meno in Italia dove gli investimenti per la ricerca sono inferiori agli altri Paesi europei. Le difficoltà per i finanziamenti della ricerca sono noti e oggi gli scarsi successi delle terapia contro l’amiloide evidenziano la miopia di aver dato spazio a un’ipotesi divenuta dominante a scapito di una ricerca che dovrebbe essere ampia e a largo raggio”, prosegue Mecocci. “La stessa resa di alcune importanti aziende farmaceutiche, le Big Pharma, rappresenta oggi un problema molto serio di fronte all’avanzata impetuosa delle demenze in parallelo al progressivo invecchiamento della popolazione.”