Alzheimer. Ci si ammala di meno, ma i malati aumentano

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Negli ultimi dieci anni in tutta Europa è diminuita la percentuale di uomini e donne malati di demenza. Un fenomeno che interessa tutte le fasce di età. Ma se questa è la buona notizia, quella preoccupante è che, in assoluto, i malati sono aumentati per effetto del progressivo invecchiamento della popolazione. In altre parole: è più facile arrivare a 90 anni sani di mente, ma poiché si vive più a lungo, gli anziani con disturbi neurocognitivi aumentano via via. Se oggi gli europei in queste condizioni sono circa 10milioni, le stime prevedono che entro il 2050 saranno il doppio, con circa 20milioni di persone prive di autonomia, bisognose di cure e assistenza nell’attesa finora vana di un farmaco risolutivo.

Questo è il panorama alla vigilia dell’XI Congresso Nazionale sui Centri Diurni Alzheimer in programma a Montecatini Terme il 13 e 14 marzo prossimo, organizzato dall’Università di Firenze con il supporto della Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia. Il tema sarà tanto più all’ordine del giorno, dato che interessa soprattutto l’Italia. Nei giorni scorsi, Alzheimer Europe – l’organizzazione ombrello delle 39 associazioni di 35 Paesi che si occupano di Alzheimer – ha presentato alla Commissione Europea il suo ultimo rapporto a distanza di dieci anni dal precedente. I dati che ne emergono presentano il fenomeno di cui sopra: percentuali più basse di malati ovunque (la cosiddetta incidenza), e però numeri assoluti in aumento (la cosiddetta prevalenza) a causa della popolazione che invecchia, fino a raddoppiare nei prossimi trent’anni.

Quanto all’Italia, certifica Alzheimer Europe, con il 2,12% della popolazione, ossia oltre un milione e 200mila persone, resta il Paese europeo con il più alto numero di malati con demenza. È uno degli aspetti collaterali dell’altro record italiano, il Paese europeo più longevo. Ma soprattutto, appunto, entro il 2050 i casi saliranno a 2,5milioni. Contando anche un media di 3 tra familiari o caregiver che dovranno assisterli, saranno ben 10milioni di persone impegnate ad arginare il pianeta demenza. Dati spaventosi che lasciano prevedere costi umani ed economici terrificanti. Oggi, intanto, la casistica riguarda in particolare le donne anziane: proprio per la loro longevità sono infatti i due terzi del totale, per l’esattezza 6,6milioni contro 3,1milioni di uomini.

“È confortante vedere che stili di vita più sani, una migliore istruzione e un migliore controllo dei fattori di rischio cardiovascolare sembrano aver contribuito a ridurre la prevalenza della demenza”, dichiara il prof. Giulio Masotti, co-presidente del congresso sui Centri Diurni. “Tuttavia, questo ultimo rapporto dimostra anche che i malati di demenza aumenteranno moltissimo negli anni a venire. Uno tsunami che rischia di travolgere il sistema sanitario, a meno che non vengano scoperti farmaci efficaci nel prevenire o almeno ritardare la comparsa di demenza.”

“Nella migliore delle ipotesi, i trattamenti farmacologici che si profilano all’orizzonte potranno rallentare la progressione dei disturbi cognitivi, ma difficilmente saranno applicabili alle persone più anziane, sopra gli 80 o i 90anni, che più di tutte sono destinate ad aumentare negli anni a venire”, spiega il dott. Enrico Mossello, coordinatore scientifico del Congresso. “Per questo, accanto agli investimenti per la ricerca sui nuovi farmaci, i sistemi sanitari devono essere pronti a dare risposte assistenziali sostenibili ma di alta qualità, incentrate sui bisogni delle persone con demenza e delle loro famiglie. Oggi si parla molto dell’età a cui andare in pensione e non siamo capaci di prevedere come e con quali soldi saranno assistiti i 50enni di oggi quando, tra 30anni, 1 su 5 di loro soffrirà di demenza. Una sorta di rimozione collettiva.”