Trapianti d’organo migliorano la qualità della vita

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“Il trapianto di rene mi ha permesso di riappropriarmi del tempo per la mia famiglia, per me stessa, per le mie amicizie, per il mio lavoro”. “Dopo l’intervento ho riacquisito la forza fisica e mentale, ho ripreso a cucinare, fare lunghe passeggiate al mare e leggere, prima non avevo né energia né concentrazione”. Con queste parole alcuni pazienti riceventi trapianto di rene descrivono la “rinascita” dal trapianto, come emerge da un’indagine etnografica realizzata da Elma Research per conto di Chiesi Italia. Il trapianto apre le porte a una nuova vita per i pazienti con insufficienza funzionale di rene e di fegato, non soltanto perché aumenta la sopravvivenza, ma perché è in grado di donare qualità di vita agli anni vissuti. La chiave di questo successo è l’aderenza, cioè la partecipazione attiva e consapevole del paziente alle raccomandazioni sul programma terapeutico: farmaci, visite ed esami periodici, una gestione complessa per la quale necessita di un aiuto.

In tema di donazioni, il 2017 è stato un anno record per l’Italia, con 1.763 donatori complessivi (+9% rispetto al 2016, +29% rispetto al periodo 2013-2017). Anche i trapianti sono aumentati, raggiungendo quota 3.950 (+6% rispetto al 2016, +27% rispetto al periodo 2013-2017), di cui 1.934 trapianti di rene e 1.296 trapianti di fegato. Dati positivi, supportati dal miglioramento della qualità di vita dopo il trapianto, che confermano l’eccellenza dell’attività trapiantologica nel nostro Paese.

“Per i pazienti con malattia renale cronica grave, il trapianto di rene rappresenta il trattamento d’elezione rispetto alla dialisi, quest’ultima vissuta come un periodo drammatico, fatto di sacrifici, limitazioni e prospettive incerte, con una mortalità a 5 anni superiore al 70%, a fronte di una sopravvivenza del trapianto superiore all’85%”, dichiara Loreto Gesualdo, Professore di Nefrologia all’Università di Bari e Past President della Società Italiana di Nefrologia. La terapia immunosoppressiva, che ha inizio durante l’intervento chirurgico e prosegue per tutta la vita del paziente, è mirata a prevenire il rigetto d’organo. “La corretta assunzione della terapia immunosoppressiva, negli orari e nei dosaggi prescritti, è un fattore determinante per il buon esito del trapianto. I farmaci che riducono gli effetti collaterali e il numero di somministrazioni giornaliere sono senza dubbio accettati meglio dai pazienti, che possono inoltre trovare nella tecnologia a portata di smartphone una preziosa alleata per migliorare la qualità delle cure ed evitare dimenticanze”.

“Il trapianto di fegato rappresenta un’importante opportunità terapeutica in presenza di malattia epatica cronica ed epatite fulminante, quando le terapie farmacologiche e chirurgiche non sono in grado di assicurare la sopravvivenza del paziente”, afferma Patrizia Burra, Professore di Gastroenterologia all’Università di Padova e Past President dell’International Liver Transplantation Society. “La qualità della vita riconquistata grazie all’organo ricevuto in dono va di pari passo con l’aderenza, che resta un problema aperto, soprattutto tra gli adolescenti, nei quali il trapianto si inserisce in un periodo evolutivo già di per sé complesso. In tal senso, sarebbe auspicabile implementare servizi di supporto psicologico che aiutino i pazienti, non solo pediatrici, nel percorso di accoglimento dell’organo ricevuto, di gestione quotidiana della nuova vita e di accettazione della terapia cronica.”