Rivaroxaban, il farmaco che aiuta dopo l’infarto

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Nella fase post acuta dell’infarto, nell’angina cronica stabile ad alto rischio e nei pazienti con malattia periferica, il cosiddetto “rischio residuo” è ancora molto alto. Un paziente su cinque – a distanza di 3-4 anni da un infarto – può subire una ri-ospedalizzazione, un nuovo evento infartuale, un ictus oppure un evento fatale. Negli ultimi 25 anni sono stati realizzati numerosi studi relativi alla coronaropatia stabile e alla malattia periferica ma, in realtà, non si è fatto altro che potenziare la terapia antiaggregante, senza mai osservare una riduzione della mortalità. “Serviva qualcos’altro per diminuire questa frequenza di eventi”, dichiara il dott. Leonardo De Luca, coordinatore del Comitato Scientifico ANMCO. “Lo Studio Compass ha dimostrato l’efficacia di questo nuovo approccio sinergico, dando vita a un nuovo paradigma terapeutico: in pazienti affetti da coronaropatie e/o arteriopatie periferiche croniche, con rivaroxaban (anticoagulante orale ad azione diretta) utilizzato a dosaggio vascolare (2,5 mg x 2/die) e aspirina (antiaggregante) 100 mg/die, si è ottenuta una riduzione del rischio combinato di ictus, infarto del miocardio e morte per cause cardiovascolari del 24%, sia pur incrementando, come atteso, le emorragie maggiori, ma non quelle fatali né quelle intracraniche, rispetto alla singola aspirina. Non solo. Lo Studio ci dice che c’è ancora una possibilità terapeutica nei pazienti con malattia periferica degli arti inferiori, ossia la riduzione di eventi avversi che includono l’ischemia dell’arto; l’aggiunta di rivaroxaban all’aspirina ha ridotto le amputazioni maggiori da causa vascolare di circa il 70%”, conclude De Luca. Sembrerebbe quindi una rivoluzione terapeutica, importantissima sia per il clinico che per il paziente, considerando che la malattia periferica è praticamente orfana di terapie.