La
Malattia di Pompe (o Glicogenosi di tipo II) è una patologia
neuromuscolare rara, cronica e disabilitante, spesso mortale, che
colpisce circa 10.000 individui – tra neonati, bambini e adulti – nel
mondo e circa 300 persone stimate in Italia. La Malattia di Pompe
appartiene alla famiglia delle malattie metaboliche da accumulo
lisosomiale, è caratterizzata dal mancato smaltimento del glicogeno, e
può essere efficacemente trattata attraverso la terapia enzimatica
sostitutiva che viene somministrata per via endovenosa.
Di malattia di Pompe si parlerà in maniera approfondita il prossimo 30
maggio a Milano, in occasione del convegno “Aspetti peculiari delle
malattie muscolari e malattia di Pompe”. Un appuntamento organizzato con
il coordinamento scientifico del Professor Maurizio Moggio -
Fondazione IRCCS Cà Granda Ospedale Maggiore Policlinico – U.O. Malattie
Neuromuscolari – Centro Dino Ferrari dell’Università di Milano - della
Dottoressa Lucia Ovidia Morandi – U.O. Patologia Muscolare e
Neuroimmunologia Fondazione Istituto Neurologico “Carlo Besta” di Milano
- e dal Dottor Marco Spada – Unità Operativa di Malattie
Metaboliche Azienda Ospedaliera Regina Margherita Sant’Anna di Torino.
Un evento reso possibile grazie al supporto di Genzyme, azienda
biotecnologica del Gruppo Sanofi impegnata nella ricerca, nel
trattamento e nella diffusione di una più approfondita conoscenza delle
malattie rare da accumulo lisosomiale.
“Con questo congresso vogliamo fare il punto su come la comunità
scientifica sta affrontando in modo moderno le malattie metaboliche in
generale e la malattia di Pompe in particolare. – spiega il
Professor Moggio neo presidente dell’Associazione Italiana di
Miologia – Ci rivolgiamo a medici di base, ospedalieri, neurologi,
pediatri, pneumologi, internisti e agli infermieri per fornire loro le
conoscenze utili per una diagnosi precoce nonché gli strumenti necessari
a una gestione tempestiva e ottimale del malato raro” .
“Questo appuntamento sarà anche l’occasione per presentare diversi
progetti di ricerca in corso su pazienti affetti da malattia di Pompe,
quali gli studi sul metabolismo osseo; l’analisi molecolare di geni
legati all’esercizio, che potrebbero avere un ruolo nella evoluzione
della malattia; la valutazione delle biopsie muscolari prima e dopo
terapia enzimatica sostitutiva nei quali sono coinvolti i principali
Centri italiani di Malattie Muscolari– aggiunge la Dottoressa
Lucia Ovidia Morandi - Insomma un utile momento di aggiornamento
per tutti coloro che sono interessati a conoscere e approfondire aspetti
diagnostici e terapeutici di questa malattia che danneggia il cuore, i
muscoli scheletrici e quelli della respirazione”.
Fra gli studi presentati all’appuntamento di Milano, uno che ha visto
direttamente coinvolto l’Unità operativa di Malattie Metaboliche dell’AO
Regina Margherita Sant’Anna di Torino diretto dal Dottor Marco Spada.
“Il recente studio, confermato dalla scuola austriaca, evidenzia tre
elementi fondamentali – afferma Spada – Innanzitutto ci
dice che è possibile fare uno screening di massa delle malattie
lisosomiali; indica la frequenza di queste patologie in 1 caso ogni
2.000 persone nella popolazione generale e, infine, mostra come le forme
tardive di malattia di Pompe siano molto più frequenti di quelle
pediatriche, classiche. Questo significa che diventano patologie più
facilmente curabili perché possono essere diagnosticate preventivamente
tramite programmi di screening e strategie di medicina preventiva e
quindi trattate prima che intervengano danni d’organo irreversibili”.
“Un conto infatti è agire quando un paziente ha 10 anni ed è
all’inizio di un percorso diagnostico, un altro è il dover gestire le
terapie quando ne ha 40 o 50 e ha una malattia già avanzata –
continua Spada - E’ tutta qui la grande sfida: iniziare
strategie di medicina preventiva e di diagnosi precoce che passano
attraverso politiche di screening a livello neonatale o in popolazioni a
rischio per arrestare la progressione della malattia e risolverne i
sintomi”.
Un appuntamento, quello di Milano che vuole senz’altro essere un momento
di aggiornamento per tutto il mondo medico scientifico, ma anche
un’opportunità per migliorare sempre più la qualità di vita del paziente
affetto da malattia di Pompe. In quest’ottica, l’Associazione Italiana
Glicogenosi realizzerà un breve sondaggio, attraverso un questionario
inviato on-line ai propri associati, con l’obiettivo di verificare se,
in fase di trattamento con terapia enzimatica sostitutiva, le buone
pratiche per una corretta infusione del farmaco vengano rispettate.
“Abbiamo distribuito a tutti i nostri associati un questionario per
capire se, in fase di somministrazione, vengono rispettate tutte le
modalità necessarie a una corretta infusione. – spiega il Dr.
Fabrizio Seidita Presidente dell’Associazione Italiana Glicogenosi –
Ci siamo resi conto che la buona pratica non è sempre la regola.
Abbiamo quindi previsto, all’interno di questo convegno, una specifica
sessione rivolta al personale infermieristico per sensibilizzarlo ad un
approccio più attento ad una corretta gestione dell’infusione sul
paziente Pompe”.
La malattia di pompe o glicogenosi di tipo II
Che cos’è la malattia di pompe?
La Malattia di Pompe o Glicogenosi di tipo II è una patologia
neuromuscolare rara, cronica e debilitante, spesso mortale, che colpisce
circa 10.000 individui – tra neonati, bambini e adulti – nel mondo e
circa 300 persone stimate in Italia.
La Malattia di Pompe appartiene alla famiglia delle malattie rare da
accumulo lisosomiale ed è caratterizzata dal mancato smaltimento del
glicogeno, la riserva energetica dei muscoli.
A causa del difetto di un enzima, il glicogeno si accumula e danneggia
il cuore, i muscoli di gambe e braccia e quelli della respirazione. I
bambini colpiti dalla malattia sono caratterizzati principalmente da
ipotonia muscolare e ingrossamento del cuore e la morte in genere
interviene entro il primo anno di vita per insufficienza cardiaca. I
malati che superano i due anni sono invece costretti in carrozzina e,
nei casi più gravi, devono usare un supporto meccanico per respirare.
Quali sono le manifestazioni della malattia?
La Malattia di Pompe ha una presentazione clinica complessa ed
eterogenea. In base all’età d’esordio, si riconoscono tre forme della
malattia:
-
la forma classica e
più grave, si manifesta subito dopo la nascita. Il quadro clinico è
caratterizzato da cardiomiopatia ipertrofica, cardiomegalia,
insufficienza cardiorespiratoria, e ritardo nell’acquisizione o
regressione delle tappe motorie. I bambini affetti da Malattia di
Pompe presentano un’ipotonia grave e progressiva ( “floppy baby” o
tipo “bambola di pezza”). Se non diagnosticata e trattata
precocemente, questi neonati sopravvivono raramente oltre il primo
anno di vita;
-
la forma non
classica, con esordio tra il primo e il secondo anno di vita, è
caratterizzata da una prognosi variabile;
-
la forma a esordio
tardivo, che può manifestarsi a qualsiasi età dopo il primo anno di
vita, è caratterizzata da una progressione lenta e da esiti meno
sfavorevoli di quelli della forma classica. Questa forma colpisce
prevalentemente i muscoli e risparmia generalmente il cuore. Il
graduale indebolimento muscolare e i problemi respiratori sono i
sintomi principali: i pazienti perdono la capacità di deambulare
autonomamente, mentre dal punto di vista respiratorio si realizza un
deterioramento progressivo della capacità ventilatoria che, se
cronica, necessita il ricorso a una ventilazione assistita o alla
tracheostomia.
Che cosa determina la
malattia?
La Malattia di Pompe è causata da un deficit dell’enzima lisosomiale
alfa-glucosidasi acida (GAA), responsabile della degradazione del
glicogeno, polimero del glucosio che ne rappresenta la fonte di deposito
e riserva nei muscoli. I Pazienti affetti da malattia di Pompe possono
non avere del tutto o in parte l’enzima GAA: ciò determina un accumulo
eccessivo di glicogeno nelle cellule del corpo, in particolare nei
muscoli, e di conseguenza il loro progressivo indebolimento.
Chi è a rischio di contratte la malattia?
La Malattia di Pompe è una patologia genetica a trasmissione autosomica
recessiva che si trasmette da genitore a figlio. Il bambino eredita da
ciascun genitore due copie del gene difettoso. Quando entrambi i
genitori sono portatori del gene difettoso, esiste una percentuale del
25% che il bambino sviluppi la malattia. La patologia si riscontra in
uomini e donne nella stessa misura e in ogni gruppo etnico, malgrado
l’incidenza appaia più alta tra gli afro-americani e presso alcune
popolazioni asiatiche.
Come viene diagnosticata la malattia?
La Malattia di Pompe può essere difficile da diagnosticare, poiché molti
dei suoi sintomi sono simili a quelli di altre malattie. Inoltre, per la
rarità di casi in cui si presenta, può facilmente non essere
riconosciuta o erroneamente diagnosticata. La forma infantile della
Malattia di Pompe è generalmente più semplice da diagnosticare a causa
della sua gravità.
La conferma della diagnosi avviene attraverso un saggio biochimico di
misurazione dell’attività enzimatica della GAA. Nei bambini affetti
dalla forma classica della malattia, l’attività della GAA è praticamente
assente, mentre nelle altre forme si riscontrano diversi livelli di
attività residua. Il saggio è generalmente condotto nei linfociti, in
colture di fibroblasti cutanei e in biopsie muscolari.
Di recente è stata introdotta la possibilità di fare diagnosi di
Malattia di Pompe su goccia di sangue essiccata su filtri di carta
bibula (Dried Blood Spot). Questo apre la strada all’implementazione
dello screening neonatale per la Malattia di Pompe: una diagnosi
tempestiva è, infatti, di fondamentale importanza, sia per la gravità
della patologia sopratutto nella sua forma classica, sia per la presenza
di una terapia in grado di modificarne la storia naturale.
Esistono infine due test di screening prenatale che possono essere
eseguiti precocemente in gravidanza (se il bambino è chiaramente a
rischio per la malattia) per scoprire se il feto è affetto dalla
Malattia di Pompe. Il prelievo dei villi coriali viene effettuato entro
la 12° settimana di gravidanza. Questo test prevede il prelievo di un
piccolo campione di tessuto della placenta e l’analisi delle cellule per
individuare la presenza o meno dell’enzima GAA.
L’amniocentesi viene effettuata intorno alla 15° settimana di gravidanza
e consente di verificare l’attività enzimatica ed effettuare un’analisi
del DNA, testando le cellule prelevate dal liquido amniotico.
Come si cura la malattia?
La terapia enzimatica sostitutiva con Myozyme™ (alglucosidasi alfa) è la
prima ed unica cura disponibile per il trattamento della malattia.
L’enzima sostitutivo viene prodotto biotecnologicamente e somministrato
per via endovenosa. La terapia enzimatica sostitutiva con GAA umano
ricombinante prolunga in modo significativo la sopravvivenza del bambino
affetto dalla forma classica, riduce significativamente la
cardiomiopatia ed è stato dimostrato che risulta più efficace se
somministrata in uno stadio iniziale della malattia. Nella Malattia di
Pompe ad esordio tardivo, la terapia enzimatica sostitutiva si è
dimostrata efficace nel rallentare la progressione della malattia.
Le glicogenosi
Nell’ambito delle malattie metaboliche, le malattie da accumulo
lisosomiale, tra cui le glicogenosi, rappresentano un vasto gruppo di
affezioni dovute al deficit degli enzimi preposti alla degradazione di
specifiche sostanze.
La mancanza di enzimi determina l’interruzione di una via metabolica e
il conseguente accumulo progressivo di materiale non degradato nei
lisosomi.
Le malattie lisosomiali vengono denominate in base alle principali
sostanze accumulate; sono pertanto note come Mucopolisaccaridosi,
Mucolipidosi, Glicoproteinosi, Lipidosi e Glicogenosi, appunto.
Queste ultime sono malattie quasi sconosciute che colpiscono 1 bambino
su 100.000 nati. La mancanza degli enzimi destinati alla glicogenolisi -
il processo metabolico che degrada le molecole di glicogeno in glucosio
- non permette la liberazione di glucosio dal glicogeno che pertanto si
accumula nelle sedi in cui è fisiologicamente presente, cioè fegato e
muscolo.
Attualmente si conoscono 10 forme di glicogenosi, distinte in epatiche e
muscolari, a seconda del tipo di enzima interessato.
-
tipo I: deficit di
glucosio-6-fosfatasi, Malattia di von Gierke
-
tipo II: deficit di
maltasi acida, Malattia di Pompe
-
tipo III: deficit di
enzima deramificante, Malattia di Cori o Malattia di Forbes
-
tipo IV: deficit di
enzima ramificante, Malattia di Andersen o amilopectinosi
-
tipo V: deficit di
fosforilasi muscolare, Malattia di McArdle
-
tipo VI: deficit di
fosforilasi epatica, Malattia di Hers
-
tipo VII: deficit di
fosfofruttochinasi muscolare, Malattia di Tarui
-
tipo XI: deficit di
trasportatore di membrana del glucosio GLUT2, Malattia di
Fanconi-Bickel
-
tipo XII: deficit di
aldolasi A
-
tipo XIII: deficit di
β-enolasi
Esiste, inoltre, la
glicogenosi tipo 0 o deficit di glicogeno-sintetasi che non è una
glicogenosi propriamente detta, in quanto il deficit enzimatico comporta
una diminuzione delle riserve di glicogeno.
Le glicogenosi sono malattie ereditarie monogeniche causate da mutazioni
nei geni che codificano per gli enzimi coinvolti nelle diverse
patologie: i genitori, quindi, trasmettono ai figli un’alterazione che
porta ad assenza totale o ad attività limitata degli enzimi implicati
nel metabolismo del glicogeno.
Le malattie rare
La Commissione Europea ha definito “rare” quelle patologie la cui
incidenza non è superiore a 5 individui su 10.000 abitanti. In Europa si
stima che le persone affette da malattie rare siano fra i 20 e 30
milioni e in Italia circa 2 milioni.
Si tratta di un gruppo di circa 7.000 patologie, spesso fatali o
croniche invalidanti, che rappresentano nel loro complesso circa il 10%
delle malattie che colpiscono l’umanità.
-
Il 75% delle malattie
rare colpisce i bambini;
-
Il 30% dei pazienti
affetti da malattie rare muore prima dei 5 anni di età;
-
L’80% delle malattie
rare ha origine genetica; il restante 20% è rappresentato da
malattie acquisite.
Le malattie rare sono
caratterizzate da un’ampia gamma di manifestazioni che variano non solo
da malattia a malattia, ma anche da paziente a paziente. Per la maggior
parte di esse non esiste una cura o un trattamento specifico.
Il fattore chiave per garantire ai bambini colpiti da malattie rare
migliori chance di una vita soddisfacente è la diagnosi precoce
attraverso uno screening neonatale, soprattutto quando esiste una
terapia.
Tra le malattie rare, un gruppo significativo è rappresentato dalle
malattie metaboliche ereditarie che colpiscono generalmente i bambini
nei primi anni di vita, ma i cui sintomi possono anche esordire in età
giovanile o adulta. Si tratta di malattie gravi, molte delle quali, se
non riconosciute tempestivamente, causano gravi handicap fisici e
mentali o morte precoce.
Fonte
foto: http://www.pharmastar.it/