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Bruna Taravello |
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Inevitabili le scomposte
reazioni di gioia nel sentire questa notizia, ma il fatto che fosse
pubblicata dal serissimo Financial Times doveva già far nascere qualche
dubbio: no, probabilmente non potremo comprarci le gambe della Piccinini
o i pettorali di Luca Dotto. In effetti è arrivata subito la conferma
dal sito daily.wired.it che non si trattava di un gustoso gossip, di
quelli che abbondano ai margini dei villaggi olimpici, ma di
un'interessante e seria novità.
Alcune grandi aziende operanti in campo sanitario e scientifico hanno
ottenuto il permesso di monitorare in tempo reale tanto le prestazioni
quanto le reazioni chimiche e fisiche degli atleti della delegazione
statunitense a Londra. Saranno registrati, grazie ad innovativi
strumenti creati per l'occasione, i diversi livelli delle sostanze che
il corpo produce nei vari momenti, sia sotto sforzo che a riposo, in
modo da ottenere una vera e propria mappa fisiologica dell'atleta. Tale
mappa sarebbe poi un punto di partenza preciso e puntuale da cui partire
per integrare nel momento e nel modo corretto i cali fisici e atletici
là dove e quando si verificano. Le numerose aziende coinvolte nel
progetto, sia farmaceutiche sia biomedicali, in cambio della messa a
disposizione al team americano dei dati ottenuti, avranno la possibilità
di utilizzarli per produrre e commercializzare preparati e strumenti
creati ad hoc e che presumibilmente andranno a ruba.
Si è ottenuta in questo modo una sorta di quadratura del cerchio, dove
tutti apparentemente hanno da guadagnare e nessuno ci può rimettere: ma
si sono dimenticati di noi.
Noi, impreparati telespettatori delle Olimpiadi che con una birra in
mano guardiamo questo trionfo di corpi sani, atletici e scattanti mentre
meditiamo di cambiare palestra. Noi, che invece non riusciamo neanche a
cambiare canale perché morbosamente affascinati, o forse solo
sconfortati, dall'esibizione di una forma fisica che appare
irraggiungibile per i comuni mortali.
Proprio mentre siamo lì ad osservare gli atleti nel pieno del loro
sforzo per ottenere il massimo possibile da anni di preparazione e
sofferenza, ci incantiamo anche grazie ai primi piani delle telecamere
su di un tricipite guizzante dall'acqua o un tallone sospeso sul
trampolino. Per fortuna alle Olimpiadi gli sport ci sono proprio tutti,
e tutti possono coltivare il proprio sogno. Ecco che il nostro,
inaspettato, di colpo sembra essere a portata di mano: la squadra di
tiro con l'arco vince l'oro, ed eccoli i campioni, belli paffuti,
sorridenti, con i capellini scompagnati ed un filo visibile di pancetta.
Quei campioni siamo noi, tutti noi sportivi d'accatto che
presumibilmente nessuna multinazionale vorrà mai monitorare: e
nell'ansia consolatoria di sentirci migliori, o almeno alla pari con un
campione d'oro dimentichiamo, o meglio fingiamo di non sapere, quanto
lavoro duro hanno alle spalle questi uomini ai quali ci vorremmo
indegnamente paragonare.
Coraggio, agosto è iniziato, i Giochi a Londra continuano ed anche i
nostri piccoli sogni davanti al monitor; chissà se quest'anno nel torneo
di calcetto in notturna ci faranno giocare qualche volta.
Bruna Taravello