Gli Europei di calcio stanno giungendo al termine e, a fine luglio,
inizieranno i Giochi Olimpici a Londra. Eventi sportivi che uniscono e
mandano in fibrillazione atleti e fan, non solo metaforicamente. Accade,
infatti, che lo sport venga associato a decessi in giovane età e senza
un apparente motivo. Atleti sani e idonei a sport dove sforzo fisico e
stress da attenzione sono “tirati” ai massimi livelli, atleti che non
sono più tra noi.
L’ultimo a sgomentare il mondo calcistico e i suoi tifosi è stato
Piermario Morosini, 25 anni, centrocampista del Livorno. Accasciatosi
allo stadio Adriatico mentre gioca una partita contro il Pescara,
Morosini non giunge vivo all’ospedale. Non è il primo caso. Come lui,
altri se ne sono andati per morte improvvisa: nel marzo del 1969
Giuliano Taccola, attaccante della Roma, di 25 anni. Nel 1977 anche
Renato Curi si accascia improvvisamente a terra dopo uno scatto. Muore a
soli 24 anni. L’elenco è lungo e non è solo “nazionale”. L’età sempre la
stessa: intorno ai 20 anni. Ma non di rado anche gli accadimenti funesti
riguardano i piccoli sportivi, cresciuti come piccole promesse sportive.
Il più recente è il caso di Geddes Ciaran, 7 anni, crollato in campo e
deceduto in ospedale.
«Siamo spesso abituati a pensare che allo sport come un valido
contributo per una vita sana – racconta Luca De Giorgi,
Presidente dell’Associazione Vita Onlus, promotrice del Convegno durante
il quale è stata presentata la ricerca - L’obiettivo dell’incontro di
oggi è quello di aprire un confronto culturale, medico e sportivo sul
problema per accendere i riflettori sull’importanza della prevenzione ».
Morte cardiaca improvvisa, una circostanza difficilmente annunciabile
attraverso i normali esami di idoneità sia a livello amatoriale, sia
agonistico. Ma cosa causa il blocco cardiaco improvviso?
«La morte cardiaca improvvisa - dichiara il prof. Nuno Cardim,
cardiologo, coordinatore del Centro de Miocardiopatia Hipertrófica e
Responsabile della Unidade de Imagiologia Cardíaca, Hospital da Luz,
Lisbona - è una morte inattesa che, spesso, non presenta alcuna
sintomatologia. Colpisce circa 350.000 individui ogni anno negli Stati
Uniti e in Italia causa più di 70.000 decessi all’anno. Oggi, si è
scoperto che alcune delle patologie cardiache, causa di morte
improvvisa, sono geneticamente mappabili. In parole povere, conoscendo
la mappa genetica della patologia si può prevenire l’evento, aiutando il
medico nell’approccio terapeutico. Questo risulta particolarmente
importante anche nei giovani e negli sportivi che non presentano alcuna
sintomatologia ma che, se sottoposti a sforzo fisico, possono andare
incontro ad arresto cardiaco improvviso».
«Partendo da questo presupposto - prosegue la Prof.ssa
Alexandra Fernandes, Università di Tecnologia Umanitaria di Lisbona,
Faculdade de Ciências e Tecnologia, Nuova Università di Lisbona,
Istituto Tecnologico Superiore – è stato sviluppato un set per
valutare la genetica cardiaca. Il test è basato sulla nuova ed
efficiente, oltre che molto accurata, tecnologia di MALDI-TOF (Matrix
Assisted Laser Desorption Ionization - Time-of-Flight). Con un DNA
microchip, ottimizzato per le analisi genetiche, è possibile
identificare le mutazioni genetiche alla base di patologie come la
cardiopatia ipertrofica, la cardiopatia dilatativa, la cardiomiopatia
aritmogena ventricolare destra, la sindrome del QT breve e lungo, quella
di Brugada, quella di Marfan, quella di Noonan e quella di Leopard».
Una ricerca durata 7 anni: tre donne ricercatrici hanno dato vita al
device
Il device, frutto di una ricerca internazionale durata 7 anni, che ha
portato alla validazione della tecnologia, combina due tecniche di
analisi del DNA, accrescendo il numero di patologie individuabili e
riducendo i tempi per gli esiti, rispetto agli strumenti attualmente
disponibili.
«Durante l’intero periodo – afferma la Prof.ssa Susana Santos,
Università di Tecnologia Umanitaria di Lisbona, Faculdade de Farmácia da
Universidade de Lisboa, Istituto Tecnologico Superiore – abbiamo
analizzato 400 individui alcuni dei quali già portatori di patologie
cardiache e tra i quali avevamo incluso anche sportivi impegnati
agonisticamente e i loro parenti prossimi. Come primo prodotto il nostro
team ha sviluppato un sensibilissimo test atto a diagnosticare la
Cardiomiopatia Ipertrofica mappando il 100% dei geni conosciuti e
analizzando ben 900 mutazioni. Inoltre è possibile, sempre attraverso il
test adeguatamente modulato, valutare altre patologie cardiache coprendo
diversi disordini ereditari».
La prevenzione: un must la collaborazione fra cardiologi, pediatri e
genetisti
«Negli ultimi decenni – aggiunge il Prof. Italo Richichi,
cardiologo, già Direttore di Cardiologia al Policlinico S. Matteo di
Pavia e Direttore Scientifico della rivista "Prevenzione
Cardiovascolare", oltre che Presidente dell’Associazione di Prevenzione
Cardiovascolare – il progresso nell’ingegneria biomedica ha portato
ad un aumento delle patologie che è possibile diagnosticare attraverso
l’analisi del DNA. Tuttavia, i test attuali sono costosi e di difficile
utilizzo, soprattutto per analizzare geni e patologie complesse come
quelle cardiovascolari. L’obiettivo principale della ricerca presentata
è stato quindi riuscire a sviluppare un nuovo test cardiaco basato su
una nuova e più efficace, oltre che efficiente, tecnologia grazie alla
quale analizzare patologie complesse che - purtroppo – se non prevenute,
possono portare al decesso per morte improvvisa in giovane età. E mi
sembra opportuno sottolineare quanto sia importante e auspicabile la
collaborazione fra cardiologi, pediatri e genetisti perché permette una
diagnosi precoce delle patologie cardiache genetiche».
E conclude: «Se è vero la morte cardiaca improvvisa degli atleti fa
scalpore, è anche vero che l’incidenza di queste patologie è di 1/500
abitanti e questo significa che ogni giorno muoiono, o si ammalano
gravemente, molti ragazzi giovani. Viceversa, individuando le
modificazioni genetiche che causano queste patologie, si potrebbero
salvare molte vite e diminuire la spesa pubblica. Grazie alla diagnosi
precoce, infatti, è possibile mettere in atto le misure necessarie per
evitare la progressione delle patologie verso situazioni invalidanti e
croniche».