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Genova Anno VIII - n°48 - 06.12.2011 Pagine Nazionali
1/4 degli Italiani soffrono di Tiroide e 40 mila ogni anno si operano
Elvira Naselli da Salute Repubblica del 17/12/2012 - redazione@clicmedicina.it
Quasi quarantamila interventi l’anno fanno della tiroidectomia —l’asportazione della tiroide — una delle operazioni più eseguite nel nostro paese. In Italia è infatti alta l’incidenza delle patologie tiroidee — una persona su dieci ne ha una — ed è ancora parecchio diffusa la carenza di iodio nella popolazione, nonostante le campagne di utilizzo del sale iodato, i cui effetti si vedranno però soltanto tra qualche anno. Per fortuna la maggior parte di queste malattie è raramente maligna e si arriva al bisturi solo in alcuni casi: quando il paziente non risponde — o non risponde più — alla terapia con i farmaci né può ricorrere a quella radiometabolica, in caso di gozzo e di tumori, che nel 95 per cento dei casi sono per fortuna poco maligni. L’intervento tradizionale di tiroidectomia ha per i pazienti uno svantaggio estetico difficilmente accettabile. Ed è per questo che si sta imponendo la Mivat (Minimally Invasive Video Assisted Throidectomy), una tecnica tutta italiana, messa a punto da Paolo Miccoli, ordinario di Chirurgia generale all’università di Pisa che, insieme a Rocco Bellantone, direttore dell’unità di chirurgia endocrina del policlinico universitario Gemelli di Roma, oggi esegue il maggior numero di interventi. Circa tremila in totale per il Santa Chiara, di cui circa 500 con Mivat, e 1.500 per l’ospedale romano, di cui circa 350 con la mininvasiva.
Insomma, non bisognerebbe chiedere la Mivat all’ospedale sotto casa, se vi si eseguono pochi interventi all’anno, perché probabilmente il chirurgo non avrà la stessa manualità di un centro specialistico dove arrivano malati da tutta Italia. Che la tecnica piaccia anche ai medici, se non altro perché sempre più richiesta dai malati, lo testimonia la diffusione: Padova (Policlinico), Torino (Mauriziano), Napoli (Cardarelli), Perugia (Policlinico), Milano (Niguarda), Catania (Policlinico).
«C’è molta mobilità dei pazienti — continua Miccoli —
del resto ogni intervento ha una sua curva di apprendimento e non è un
caso che la letteratura anglosassone fissi in 200 il numero di
interventi annui per garantire sicurezza». Elvira Naselli
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