Obesità
L’obesità è una condizione caratterizzata da un eccessivo accumulo di
grasso corporeo, una patologia correlata a un eccessivo consumo
alimentare e a una ridotta attività fisica.
L’origine di questo fenomeno è multifattoriale, ovvero è caratterizzata
dalla compresenza di elementi genetici, ambientali, sociali e culturali
che intervengono a costituirne il quadro clinico e a determinarne
caratteristiche ed evoluzione.
Negli adulti la definizione di obesità si basa sull’indice di massa
corporea (Body Mass Index – BMI = peso/altezza2): si parla di sovrappeso
quando il rapporto è compreso tra 25 e 29 e di obesità per BMI maggiore
di 30. L’obesità viene inoltre divisa in tre gradi: primo grado con un
BMI che va da 30 a 35, secondo grado con un BMI da 35 a 40 ed infine
obesità di terzo grado da 40 in su. Per i bambini, la definizione di
sovrappeso e obesità si basa sulla curva del BMI che interseca il valore
rispettivamente di 25 e 30 al 18° anno di età.
Alcune stime elaborate nel 2005 dall’Organizzazione Mondiale della
Sanità indicano che più di un miliardo di persone al mondo sono in
sovrappeso e almeno 300 milioni sono gli obesi. Per quanto riguarda i
più giovani, coerentemente con i dati allarmanti degli adulti, è stato
stimato che nel mondo circa 22 milioni di ragazzi di età inferiore a 15
anni sono obesi (Ministero della Salute – Relazione sullo stato
sanitario del Paese 2005-2006, pubblicazione del gennaio 2008).
Dati questi che confermano l’entità globale dell’emergenza sanitaria,
un’epidemia che accomuna tutte le aree geografiche del pianeta, senza
risparmiare l’Italia: nel nostro Paese, infatti, sono circa 6 milioni i
cittadini obesi e quasi 20 milioni gli adulti in sovrappeso.
Per la cura dei casi più estremi di obesità, caratterizzati da un BMI
superiore a 35, la medicina moderna prevede una serie di opzioni
chirurgiche in grado di ridurre sia il peso del paziente, sia l’entità
delle complicanze legate alla patologia, tra cui diabete, problematiche
cardiovascolari e disabilità.
Una volta che il medico curante avrà constatato la presenza dei
presupposti necessari a procedere con l’intervento chirurgico (paziente
con BMI da 35 a 40 con patologie associate, da 40 in su senza patologie
associate), lo specialista potrà indicare la terapia più adeguata tra le
varie opzioni disponibili:
-
Bendaggio gastrico
VLS, tecnica che prevede il posizionamento di un bendaggio
gonfiabile di silicone attorno alla porzione superiore dello
stomaco, ricavando una piccola tasca che limita la quantità di cibo
introdotta; intervento che rientra in quelli di tipo restrittivo;
-
Sleeve gastrectomy
VLS, tecnica che prevede l’asportazione di circa due terzi dello
stomaco in senso verticale con lo scopo di ridurre la sua capacità e
anche la produzione di grelina (ormone della sazietà); intervento
anche questo restrittivo;
-
Bypass gastrico su
gastroplastica verticale, intervento combinato di tipo restrittivo
con anche l’esclusione del passaggio del cibo in duodeno;
-
Diversione bilio
pancreatica con conservazione gastrica sec. Vassallo Della Valle,
intervento malassorbitivo che riduce la capacità dell’assorbimento
intestinale;
-
Pallone endogastrico,
ovvero uno strumento morbido espandibile dalla forma sferica che
viene inserito nello stomaco per via endoscopica, la cui presenza
genera una precoce e duratura sensazione di sazietà. La permanenza
del congegno nella cavità gastrica è di circa 6 mesi.
Lo sviluppo di
particolari tecniche poco invasive, prima fra tutte la laparoscopia, ha
permesso di limitare sensibilmente i disagi derivanti dall’intervento,
grazie all’utilizzo di sottili strumenti chirurgici che permettono
evidenti vantaggi: incisioni piccole, minore perdita di sangue, dolore
ridotto, riabilitazione più veloce.
La gestione del paziente gravemente obeso si dovrà avvalere di un’equipe
multidisciplinare di specialisti, una squadra che sia in grado di
prevedere un percorso terapeutico condiviso. All’interno di questo
network di professionisti, sarà fondamentale il ruolo del medico di
medicina generale che dovrà indirizzare tempestivamente il paziente in
un Centro di alta specializzazione. Inoltre sono in fase di espansione
centri di riabilitazione del paziente obeso sia in fase non operatoria
che post-operatoria.
Incontinenza urinaria e prolasso
L’incontinenza urinaria e il prolasso, inteso come la discesa verso il
basso - fino alla fuoriuscita dai genitali esterni - dell’utero e degli
altri visceri pelvici, sono due tra le possibili problematiche che
possono verificarsi in seguito a un parto.
L’incontinenza urinaria non è sempre presente quando vi è un prolasso,
così come il prolasso non è necessariamente associato all’incontinenza
urinaria, intesa soprattutto come incontinenza da sforzo, ovvero perdita
improvvisa e involontaria di urina in seguito a starnuto, tosse,
sollevamento pesi, corsa.
Altri sintomi possono essere improvvisa e incontrollabile impellenza di
urinare o necessità di andare in bagno più di 8 volte al giorno o più di
1-2 volte durante la notte e cistiti ricorrenti.
L’incontinenza urinaria, causa di grandi problematiche sociali e
igieniche soprattutto nella popolazione femminile, ha un’incidenza pari
al 20-30% nella fascia giovanile, al 30-40% nella fascia di mezza età e
al 30-50% nella categoria degli anziani.
Un recente studio ha evidenziato che in Italia l’11,4% delle donne di
età superiore ai 40 anni lamenta incontinenza urinaria. Altri studi
internazionali indicano una prevalenza del 23,6%. Purtroppo, per molte
donne ammettere di avere questo disturbo è ancora un tabù: solo il 20%
delle donne con incontinenza urinaria chiede aiuto al proprio medico,
mentre la maggior parte preferisce chiudersi in casa e limitarsi nelle
attività quotidiane.
Tra le cause che determinano questa patologia, oltre al trauma da parto,
sono da considerare i grandi sforzi fisici ripetuti, ma soprattutto
tosse frequente, stipsi e la menopausa con l’indebolimento dei tessuti
che ne consegue.
Le forme lievi di queste patologie possono essere curate senza
trattamento chirurgico, grazie ad alcune pratiche quali l’addestramento
vescicale, la fisioterapia del pavimento pelvico e l’applicazione di
strumenti per la continenza.
Per i pazienti affetti da uno stadio più grave, invece, sono necessarie
delle tecniche di correzione chirurgica, sia utilizzando i tessuti
nativi della paziente che utilizzando supporti come l’interposizione di
protesi in polipropilene. Queste tecniche, più recenti, oltre che essere
meno invasive e in grado di fornire un risultato più duraturo,
consentono anche di conservare l’utero, che invece viene quasi
regolarmente asportato quando vengano utilizzati i tessuti nativi.
Stipsi ed emorroidi
La stipsi è un disturbo della defecazione che consiste nella difficoltà
di svuotare in tutto o in parte l’intestino o il retto, mentre le
emorroidi sono dei cuscinetti di tessuto vascolare normalmente presenti
all’interno del canale anale. Stipsi, ostruita defecazione, incontinenza
e malattia emorroidaria riconoscono spesso un identico “colpevole”, il
prolasso.
In seguito ad alcune condizioni, quali ad esempio costipazione, aumento
della pressione intra-addominale, stress psichico, lavori estenuanti e
sforzi eccessivi, una parte del rivestimento del canale anale scivola
verso il basso, provocando un prolasso mucoso, che spinge verso
l’esterno le emorroidi interne; quando invece lo scivolamento coinvolge
tutta la parete rettale e non soltanto il suo rivestimento mucoso, si
evidenzia un prolasso rettale che ha come espressione più evidente le
emorroidi e una serie di sintomi e problematiche maggiori e diverse
quali la stipsi e l’incontinenza.
Secondo i dati epidemiologici emersi da recenti indagini, in Italia
circa 4 milioni di persone soffrono di stitichezza, mentre la
fuoriuscita delle emorroidi interessa oltre 3,7 milioni di abitanti (gli
uomini sono i più colpiti). La Lombardia conferma quest’alta incidenza,
con 1,2 milioni di residenti interessati dal fenomeno.
I vari sintomi provocati dal prolasso (delle sole emorroidi o del retto)
sono: dolore, prurito e bruciore della zona anale, presenza di un
rigonfiamento esterno e perdita di sangue durante la defecazione,
defecazione ostruita e stipsi.
I fastidi causati da stipsi ed emorroidi possono essere generalmente
alleviati modificando lo stile di vita e le abitudini alimentari.
Spesso, però, questi disturbi raggiungono delle forme talmente
accentuate che è necessario ricorrere al trattamento chirurgico.
Gli interventi oggi disponibili, sia per le emorroidi che per la stipsi,
possono essere suddivisi in due categorie: quelli di resezione e quelli
di sospensione. Entrambe le procedure, eseguite con tecnica mini
invasiva, sono rapide e poco dolorose, poiché non prevedono incisioni e
ferite esterne. La durata dell’operazione è di circa trenta minuti,
eseguita con anestesia locoregionale. Questi interventi, inoltre,
vengono praticati in un’area priva di ricettori del dolore, evitando
così le forti e prolungate sofferenze provocate dall’intervento
chirurgico tradizionale per la fuoriuscita delle emorroidi.
La degenza post-operatoria è di circa 1-2 giorni, oltre ad una
convalescenza inferiore a una settimana. Sin dalle dimissioni
dall’ospedale, comunque, il paziente è in grado di tornare alla normale
attività quotidiana. Successivamente alla dimissione ospedaliera è
previsto un primo controllo, mentre una seconda e ultima verifica si
effettua dopo sei mesi.