Genova Anno VIII - n°48 - 06.12.2011 Pagine Nazionali

del 17/01/2012
L’aggressivita’ in adolescenza

Dott.ssa Gabriella Ferrigno - gabriellaferrigno@tiscali.it

Dott.ssa Ferrigno Gabriella

Dott.ssa Gabriella Ferrigno - Psichiatra , Dott.ssa Simona Penati, dott.ssa Veronica Aiello, dott Pietro Calcagno, Clinica Psichiatrica dell’Università di Genova – Ambulatorio di consultazione diagnostica e psicoterapica per adolescenti e genitori
 

 

Il comportamento violento e rabbioso è frequente in età adolescenziale, può essere diretto verso sé e verso gli altri.

L’aggressività nasce dal bisogno di esercitare un controllo sull’ambiente, e come tale, non ha connotazione violenta; ogni azione aggressiva corrisponde, infatti, al tentativo di far fronte alla minaccia di un’esperienza sfavorevole provocata dal contesto esterno: è un tentativo di affermazione e salvaguardia dell’Io minacciato.

Nel corso dell’adolescenza vengono meno i privilegi dell’infanzia, e compaiono nuove dimensioni esistenziali, quali il sentimento dell’inarrestabilità del tempo e dell’ineludibilità della morte. Il ragazzo si deve inoltre confrontare con il cambiamento della propria identità psicofisica e con la maturazione sessuale, con la rinuncia alla sessualità infantile e con l’accettazione dei limiti legati all’identità di genere e alla differenza tra i sessi e le generazione.
L’adolescente deve riuscire ad affrontare i cambiamenti senza essere sopraffatto da emozioni penose, con la consapevolezza di poter abbandonare gli oggetti incestuosi senza divenire vittima di istanze regressive. L’aggressività si pone di nuovo al servizio della crescita, rispondendo al bisogno di una riaffermazione dell’istinto di vita: il giovane sente di dover proteggere i genitori dalla propria aggressività, ponendo una distanza (reale o simbolica) tra sé e loro: realizza, in tal modo, lo scopo, duplice, di spostare i propri interessi verso l’esterno, e di difendersi dal panico suscitato dalla recrudescenza imperiosa di fantasie incestuose. Gli atteggiamenti trasgressivi e provocatori , la sfida, la ribellione, l’intransigenza e la passività ostile fanno parte della lotta ingaggiata dall’adolescente per ‘sentirsi reale’ (Winnicot 1963).


Parliamo di ‘violenza’ quando l’aggressività diviene incontrollata e apertamente rivolta contro altri o contro sé stessi, con carattere di distruttività.

Nei ragazzi sentimenti sessuali e rabbiosi si mescolano con una certa facilità.
Nel giovane in difficoltà con i compiti evolutivi tipici dell’età, l’aggressività e la violenza sono espressione di un mancato controllo: la capacità di controllarsi, infatti, è indice di maturità.
In alcuni adolescenti può venirsi a creare una situazione paradossale: la relazione oggettuale diventa tanto più difficile da tollerare quanto più è necessaria, e quindi minacciosa nei confronti dell’individuazione; la violenza sembra quindi scaturire dalla percezione che l’adolescente ha, più o meno consapevolmente, della propria dipendenza e passività (Jeammet 1992). E’ una difesa, che, tramite una separazione improvvisa, rompe, o almeno scuote, una relazione avvertita come eccessivamente vicina; il comportamento di violenza è infatti spesso preceduto da una relazione troppo coinvolgente, spesso caratterizzata da una certa ambivalenza, e che, normalmente, vede interessata una figura genitoriale.
L’agito comporta l’effrazione di limiti percepiti come costrittivi, ed instaura improvvisamente un processo di separazione e di rottura, di differenziazione rispetto all’altro, con il passaggio del ragazzo da personaggio passivo della relazione a protagonista attivo; in contemporanea costringe l’ambiente a reagire, obbligandolo brutalmente ad una risposta. L’agito, anche se in modo patologico, sembra garantire al ragazzo la possibilità di contenere, per lo meno transitoriamente, un senso di precarietà intollerabile.
La violenza, dunque, è una domanda d’aiuto che si esplica in una posizione di dipendenza affettiva, e comprende messaggi contraddittori: infatti contemporaneamente sono presenti il bisogno di un’intensa relazione di dipendenza e la necessità di separarsi proprio dal rapporto di così grande e conflittuale coinvolgimento; tale contraddizione si esplica, ad esempio, da una parte con la richiesta ai genitori di acquisire spazi di libertà, anche sessuale, dall’altra con la necessità di sentirsi ancora protetti, in un rapporto fusionale e di eccitamento sensoriale (dormono a volte nel letto con il genitore). Il comportamento aggressivo sembra riconducibile alle sofferenze legate all’assenza di limiti e a una forte patologia dei legami affettivi, e affonda le sue radici nel profondo della storia del soggetto e della sua famiglia, nonostante la presenza di apparenti cause scatenanti. Si evidenzia in questi ragazzi una fragilità emotiva, con una specifica tendenza ad agire impulsivamente per una condizione di vulnerabilità narcisistica, descritta dai genitori e dall’entourage come ‘permalosità esagerata’, associata a vissuti di umiliazione, mortificazione e vergogna, legata alle proprie aspettative disattese e alla mancata gratificazione delle attese narcisistiche nei confronti dell’oggetto (prevalentemente i genitori).

Con la crescita, e la progressiva acquisizione della consapevolezza di essere separato, si instaura nel bambino un penoso contrasto tra il desiderio di un riavvicinamento alla madre ed il timore che ciò accada: è richiesto pertanto un grande sforzo evolutivo. La progressiva rinuncia all’onnipotenza si accompagna ad una crescente carica di aggressività, che permette di difendere l’autonomia acquisita, con significato propulsivo verso l’individuazione.
Ciò che connota la violenza è la dimensione della minaccia fisica, che il bambino, per impotenza fisica, non può agire, a differenza dell’adolescente che, nella sua fisicità, può diventare minaccioso.

E’ possibile individuare fattori di rischio che predispongono a comportamenti auto ed etero-aggressivi, tra i quali:

  • Vulnerabilità individuale;

  • Disagio familiare e relazionale;

  • Scarso supporto familiare e ambientale;

  • Genitori affetti da patologia psichiatrica;

  • Esperienze infantili fortemente traumatiche;

  • Scarse capacità di mentalizzazione e simbolizzazione;

  • Pubertà precoce;

  • Disturbi della sessualità, troppo o molto poco praticata;

  • Difficoltoso controllo degli impulsi;

  • Abbandono scolastico;

  • Vivere in quartieri a rischio;

  • Appartenenza a un gruppo deviante;

  • Abuso di droghe

  • Violazione di norme

Gli adolescenti in situazioni di carenza e di insoddisfazione, che li rendono particolarmente dipendenti dagli oggetti esterni che dovrebbero fornire loro soddisfazione, manifestano difficoltà a differenziarsi, se non agendo.
Sono in genere ragazzi estremamente sensibili a perdite e frustrazioni di ogni genere, con un’autostima deficitaria e fortemente dipendenti da una figura genitoriale; l’umore spesso è instabile e tendente alla disforia, con a sentimenti di rabbia verso sé e gli altri, propensi all’agire in tutte le sue forme, compresa la forma di agito autolesivo che si manifesta anche nell’autosabotaggio delle proprie risorse.

  1. Di fronte alla manifestazione di violenza è importante porre dei limiti;

  2. Il divieto, posto con chiarezza, non è una costrizione ma una modalità per offrire all’adolescente la libertà di orientarsi e offrirsi agli altri, rinunciando all’oggetto d’amore primario: la madre.

  3. Limitazione, dunque, non come repressione, ma, al contrario, come apertura; l’adolescente si troverà di fronte ad uno spazio di libertà potenziale che potrà scoprire e conquistare autonomamente, non più tramite la mediazione delle figure genitoriali. In tal modo si offre al ragazzo la possibilità di svincolarsi dal mondo dell’onnipotenza e dalla relazione di esclusività, che nella sua stessa intensità rappresenta una minaccia, che evoca risposte aggressive (Jeammet, 1992).
     

 

 






 
 
 
 

  



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