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Perché si muore facilmente dopo intervento al femore


Buongiorno,

mio padre ottantenne è stato operato al femore in seguito a frattura scomposta l'anno scorso, è stato dimesso dall'ospedale ed è deceduto dopo due settimane, per arresto cardiaco. La stessa identica cosa è accaduta alcuni mesi fa ad un parente settantenne e la settimana scorsa a mia zia sessantenne, all'improvviso e dopo un apparente stato di benessere durante la terapia per la riabilitazione. Si deve considerare l'operazione al femore come potenzialmente pericolosa nel periodo post operatorio?

 

Y.L.S.

 


Risposta
 

Le fratture del femore prossimale, conseguenza dell'involuzione osteoporotica dello scheletro, sono in continuo aumento nei Paesi industrializzati. Ciò è legato fondamentalmente al progressivo invecchiamento della popolazione, e, seppure in misura minore, ad altri fattori, quali un'aumentata fragilità ossea dovuta alla maggiore sedentarietà della popolazione; un ulteriore elemento favorente potrebbe essere la maggior frequenza di cadute legate ed una condizione generale di salute mediamente più scadente negli anziani di oggi rispetto a quella dei relativamente pochi individui che in passato raggiungevano età molto avanzate.
Nelle indagini svolte recentemente dall’Istituto Rizzoli, nell'anno successivo all'intervento, è stato riscontrato un eccesso di mortalità rispetto ai valori attesi, calcolati in base alle tavole di mortalità della popolazione bolognese, (rischio attribuibile) pari al 21% circa negli uomini ed al 13% circa nelle donne; il fenomeno, nel campione esaminato è risultato particolarmente evidente nei primi mesi, diminuisce nel tempo, fino ad annullarsi intorno agli 8-9 mesi come riscontrato anche in letteratura

Le fratture del femore prossimale nel paziente anziano costituiscono un importante problema sanitario nei Paesi industrializzati. Numerosi ricercatori hanno infatti dimostrato che, nonostante i progressi nell'anestesia, nelle tecniche chirurgiche e nell'assistenza, ancora oggi il tasso di mortalità nei mesi successivi all'evento traumatico risulta notevolmente elevato. Sono state inoltre svolte indagini per stabilire quali siano i principali fattori che si associano a tale eccesso di mortalità, ma i risultati ottenuti hanno portato a conclusioni spesso discordanti..
Le dimensioni del fenomeno sono imponenti: ogni anno in Europa si registrano circa 500.000 nuovi casi, con un onere economico stimato in oltre 4 miliardi di EURO per le sole spese relative all'ospedalizzazione; è stato valutato, inoltre, che i costi sociali, nell'anno successivo all'intervento, vengono raddoppiati a causa delle spese per la fisioterapia, le terapie mediche, le visite ortopediche e l'invalidità sociale. Per i prossimi decenni è previsto un cospicuo aumento dell'incidenza delle fratture dell'epifisi prossimale del femore; si valuta che in Europa nel 2030 vi saranno circa 750.000 nuovi casi per anno, e che tale numero raggiungerà il 1.000.000 nel 2050.
Il fenomeno è di indubbio interesse, non solo sotto l'aspetto economico ed organizzativo, ma anche sotto il profilo sanitario, in quanto la frattura del femore si accompagna spesso ad un peggioramento della qualità della vita e ad un incremento della mortalità.

Le fratture del femore prossimale, conseguenza dell'involuzione osteoporotica dello scheletro, sono in continuo aumento nei Paesi industrializzati. Ciò è legato fondamentalmente al progressivo invecchiamento della popolazione, e, seppure in misura minore, ad altri fattori, quali un'aumentata fragilità ossea dovuta alla maggiore sedentarietà della popolazione; un ulteriore elemento favorente potrebbe essere la maggior frequenza di cadute legate ed una condizione generale di salute mediamente più scadente negli anziani di oggi rispetto a quella dei relativamente pochi individui che in passato raggiungevano età molto avanzate.
Nelle indagini da noi svolte si è osservato, nell'anno successivo all'intervento, un eccesso di mortalità rispetto ai valori attesi, calcolati in base alle tavole di mortalità della popolazione bolognese, (rischio attribuibile) pari al 21% circa negli uomini ed al 13% circa nelle donne; il fenomeno, nel nostro campione è particolarmente evidente nei primi mesi, diminuisce nel tempo, fino ad annullarsi intorno agli 8-9 mesi come riscontrato anche in letteratura.
 

Prof. Aldo Franco De Rose
www.clicmedicina.it

 

 

 
 






 
 
 
 

  



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