Poter
organizzare autonomamente il proprio lavoro può avere un
impatto positivo sulla salute, secondo quanto suggerisce
una nuova revisione Cochrane.
La tendenza a rendere più flessibili gli orari e le
modalità di lavoro è sempre più diffusa in Europa. Nei
Paesi scandinavi un contratto di lavoro ‘flessibile’ è
frequente tra gli impiegati che hanno una famiglia. A
partire dallo scorso anno anche il governo inglese offre
la possibilità ai genitori con figli di meno di 16 anni
di ricorrere ad orari e regolamentazioni più elastiche.
Si presume che questo tipo di politica e di
organizzazione del lavoro porti a benefici sociali, ma è
altrettanto importante stabilire se ciò abbia un impatto
positivo sulla salute dei lavoratori.
La revisione sistematica Cochrane include dieci studi
clinici che coinvolgono un totale di oltre 16.000
lavoratori. Sono state analizzate diverse forme di
lavoro flessibile e il risultato è che
l’auto-programmazione degli orari di lavoro ha un
impatto positivo su numerosi aspetti della salute, quali
la pressione sanguigna, il sonno e la salute mentale.
Uno studio riporta ad esempio come gli agenti di polizia
in grado di poter modificare l’orario di inizio del
turno lavorativo mostrassero un miglioramento del
benessere psicologico rispetto agli agenti impiegati in
ufficio e quindi legati ad un orario preciso.
“Flessibilità e programmazione personalizzata
sembrano migliorare la salute e il benessere: lavoratori
che possono gestire i propri impegni in maniera più
autonoma ricavano un benefico per la propria salute
rispetto ai lavoratori che devono sottostare a vincoli
rigidi” afferma l’autrice della revisione Clare
Bambra, dell’istituto di ricerche Wolfson, presso
l’università di Durham (UK).
Il co-autore Kerry Joyce aggiunge “E’
necessario studiare come si modificano gli effetti del
lavoro flessibile sulla salute nei diversi tipi di
lavoratori: ad esempio, se esistono differenze tra
uomini e donne, giovani e meno giovani, lavoratori
specializzati e non-specializzati. Alcune categorie di
lavoratori, come i dirigenti e le persone con alto
profilo occupazionale, usufruiscono più spesso di forme
di flessibilità lavorativa, e ciò potrebbe incrementare
le differenze nella condizione di salute tra i diversi
gruppi sociali”.
I ricercatori Cochrane concludono che, sebbene allo
stato attuale non si possano dare indicazioni definitive
sull’argomento, questi risultati faranno riflettere i
datori di lavoro e i lavoratori stessi.