E’
italiana la prima tecnica chirurgica che consente di
risolvere contemporaneamente la discesa di vagina,
vescica e retto, un problema che interessa milioni di
donne italiane. Un progresso importante rispetto alle
terapie adottate fino ad oggi, che si concentravano sul
prolasso uterino, ben visibile, che spesso – una volta
su tre – davano luogo a recidive, e che trascuravano le
altre due patologie associate, che procurano
incontinenza e stipsi.
La nuova procedura, che si chiama POPS, Pelvic Organ
Prolapse Suspension, è stata messa a punto dal
professor Antonio Longo, il chirurgo noto in tutto
il mondo per aver ideato gli interventi mininvasivi
rapidi e poco dolorosi per la cura delle emorroidi e le
gravi forme di stipsi, oggi diffusi nei 5 continenti, e
Direttore del Centro del Pavimento Pelvico dell’Ospedale
St. Elizabeth di Vienna. La POPS prevede l’inserimento
di una benda di sospensione a livello sottoperitoneale
con un approccio laparoscopico (tre accessi di meno di
un centimetro ciascuno). “In pratica questa benda
viene ancorata alla vagina e fissata ai muscoli laterali
dell’addome. In questo modo l’utero viene quasi sempre
conservato e riposizionato in alto, nella sua sede
anatomica. Così può continuare a svolgere la funzione
fisiologica di barriera tra retto e vescica, evitando
l’espansione della stessa vescica e la compressione del
retto che danno luogo all’incontinenza urinaria ed a
gravi forme di stipsi” – spiega proprio Antonio
Longo – “Al tempo stesso la conservazione
dell’utero evita tutti i disturbi psicologici della
sfera sessuale che si verificano in caso di asportazione
dell’organo. In questo modo con un unico intervento, è
possibile risolvere contemporaneamente gli scivolamenti
verso il basso di tutti gli organi del bacino”.
La nuova procedura in pratica e i centri italiani in
cui si esegue, 5 milioni di italiane interessate
La durata della POPS è di 40-45 minuti, la degenza di
2-3 giorni e la convalescenza praticamente nulla, dato
che non prevede sezionamento ed asportazioni. In
conclusione è quasi indolore. Le recidive sono in media
del 2%, quindi le nuove operazioni sono efficaci nel 98%
dei casi, a fronte del 66% delle procedure tradizionali
(recidive al 33%). Questi risultati si riferiscono ad
una casistica operatoria di 400 casi eseguiti dal 2000
al 2009, con un controllo a distanza fino a 8 anni. Gli
interventi sono stati eseguiti dal professor Antonio
Longo (che opera agli Istituti Clinici Zucchi di
Monza, a Roma e a Palermo) dal professor Alfonso
Carriero (che opera all’ospedale di Montecchio
Emilia, Reggio Emilia), dal dottor Angelo Stuto
(dell’ospedale Santa Maria degli Angeli di Pordenone) e
dal dottor Francesco Crafa (ospedale Vannini di
Roma). Le pazienti operate sono donne di tutte le età,
sia molto giovani, a partire dai 22 anni, sia molto
anziane, oltre gli 85. La nuova operazione
potenzialmente potrebbe servire a circa 5 milioni di
donne, cioè quelle che, in base ai dati FISU
(Federazione Italiana Società Urologiche) soffrono del
prolasso urogenitale, che è sistematicamente associato a
quello del retto, le cui cause sono varie: oltre al
parto, l’anoressia e la bulimia (malattie che rendono i
legamenti più deboli e, quindi, favoriscono la discesa
degli organi del pavimento pelvico) e la tosse cronica.
“Ma non vi sono dati precisi dato che esiste un enorme
sommerso” – precisa dottor Angelo Stuto,
Presidente SIUCP, Società Italiana Unitaria di
Colonproctologia – “la maggior parte delle
pazienti non sono a conoscenza della correlazione tra la
discesa dei diversi organi del bacino e molto
difficilmente i ginecologi sottopongono le pazienti ad
una cinedefecografia, l’esame diagnostico che permette
di individuare l’origine dei diversi disturbi”
“Questa chirurgia multidisciplinare rappresenta un
significativo passo in avanti dato che consente alle
pazienti di dover affrontare un'unica volta la sala
operatoria con ampia riduzione di dolore e stress, e di
recuperare più rapidamente una buona condizione di
salute generale” – conclude Stuto - “Un
approccio simile richiede però la stretta collaborazione
tra chirurgo colorettale e uroginecologo che devono
lavorare di concerto in un centro dedicato e
ultraspecializzato”.
Il nuovo esame diagnostico: la cinedefecografia
Per individuare con precisione le cause della stipsi
oggi è disponibile la cinedefecografia, un esame
radiologico ad elevata specializzazione che permette di
verificare le eventuali cause anatomiche del disturbo,
in particolare l’ostruzione meccanica dovuta al prolasso
vaginale oppure a quello rettale. La sua durata varia
dai 10 ai 20 minuti. In pratica, la cinedefecografia si
attua introducendo liquido di contrasto nel retto, nella
vagina e nella vescica: questa soluzione viene ingerita
oppure immessa dall’esterno attraverso un sondino ad
hoc. Grazie alla soluzione iodata gli organi del
pavimento pelvico si opacizzano. In seguito a questa
reazione viene eseguito un film durante la defecazione
per individuare con precisione le eventuali alterazioni
o le possibili ostruzioni. I cittadini possono
telefonare al Numero Verde 800.77.66.62 per avere
informazioni sul centro più vicino cui rivolgersi oppure
visitare il sito per i pazienti www.antoniolongo.it.
Questa una delle novità presentate in occasione del 21°
Congresso Internazionale di Colonproctologia organizzato
dalla Cleveland Clinic Florida che si è svolto a Fort
Lauderdale dall’11 al 13 febbraio 2010. All’evento erano
presenti tutti i chirurghi dei cinque centri di
eccellenza italiani in cui è disponibile la nuova
procedura. Sono intervenuti, inoltre, 1.000 specialisti
da tutto il mondo: oltre che da i principali paesi
europei, dal nord e sud America, anche dai Paesi Arabi,
dall'est Europa, dall'India e dal Giappone.
Nel corso del Congresso è stata presentata anche nuova
tecnica chirurgica che consente di ridurre le
complicazioni ed i rischi dei pazienti nella fase di
anastomosi nell'intervento per tumore del colon retto.
Grazie all'utilizzo di un anoscopio si ha una visione
diretta del campo operatorio che permette di avvalersi
di un monitoraggio costante della stessa anastomosi.
Sono stati finora eseguiti 20 casi nel corso del 2009
presso l'ospedale Vannini di Roma a cura del dottor
Francesco Crafa. La nuova procedura verrà pubblicata
sulla rivista scientifica internazionale Surgical
Endoscopy.
La nuova tecnica associata ad una ben collaudata: nasce
POPSSTARR
Se il prolasso del retto è associato ad un voluminoso
rettocele, e ciò accade nel 20% circa dei casi, alla
POPS si può associare la STARR, Stapled Trans Anal
Rectal Resection, che è la resezione del rettocele per
via trans-anale, cioè la procedura ancora ideata da
Antonio Longo: rapida e quasi indolore, consente di
risolvere i gravi casi di stipsi dovuti a ostruita
defecazione. In questo caso l’intervento si chiama
POPS-STARR!
La correlazione tra i prolassi dei diversi organi del
bacino
Nel 30% dei casi nei soggetti di sesso femminile il
prolasso retto-anale è secondario al prolasso
utero-vaginale di varia gravità con enterocele (ernia
interna) e incontinenza urinaria da sforzo da
ipermobilità dell’uretra. Malgrado ciò in tutto il mondo
finora i disturbi urologici, ginecologici e
colonproctologici sono stati studiati separatamente. Gli
studi clinici realizzati fino ad oggi forniscono
risultati molto diversi tra loro, dato che riportano un
unico punto di vista: uroginecologico, trascurando
quello colorettale. “Un dato conferma che le
problematiche del pavimento pelvico dovranno essere
affrontate con un approccio multidisciplinare” –
aggiunge Longo – “ogni anno nel mondo vengono
operate per queste disfunzioni 400.000 donne ma 120.000
vengono poi rioperate per gli stessi problemi: ciò
indica chiaramente che il trattamento non è adeguato”.
Il prolasso dell’utero e della vagina è facilmente
diagnosticabile con una semplice visita. Al prolasso
dell’utero, è stato rilevato, si associa sempre un
prolasso del retto, che causa stitichezza, ed un
prolasso della vescica (cistocele) che causa disturbi
urinari. Per diagnosticare il prolasso del retto è
necessario eseguire un esame specifico, la defecografia,
che purtroppo quasi mai viene eseguita in caso di
prolasso genitale.
La discesa degli organi del bacino a seguito del
parto
Stimolare il parto con i farmaci è pratica molto diffusa
– avviene nel 28.9% delle nascite – ma provoca spesso,
nel 14.7% dei casi, la discesa delle pareti della
vagina, ovvero il prolasso genitale. Si tratta di un
problema che si verifica molto più frequentemente, il
47% delle volte in più, rispetto al parto non stimolato
(in questo caso la percentuale di prolassi è del 10%).
Più in generale il prolasso genitale femminile ha luogo
nell’8.2% delle donne che lamentano disturbi agli
apparati ginecologici, urologici e colonproctologici.
Questi sono i principali risultati dello studio condotto
su 14.400 donne dal 2000 al 2007 presso l’Ospedale St.
Elisabeth di Vienna e coordinato dal professor Antonio
Longo.
Le tecniche chirurgiche tradizionali: correzione
parziale dei disturbi, recidive oltre il 30%
Finora le donne con prolasso genitale sono state operate
con tecniche che correggono il prolasso dell’utero e
della vagina ma non correggono il prolasso rettale,
anzi, questi interventi spesso aggravano o determinano
la stipsi e dopo qualche anno un alto numero di pazienti
va incontro ad incontinenza urinaria e frequenti
cistiti. Gli interventi devono mirare a correggere il
prolasso, non solo genitale, ma anche del retto e della
vescica.
Le tecniche chirurgiche tradizionali di sospensione
della vagina oggi in uso possono risolvere
esclusivamente il prolasso genitale ma non migliorano,
anzi spesso peggiorano, nel corso del tempo,
incontinenza e stipsi ed i disturbi della sfera sessuale
e, in un caso su tre, danno luogo a recidive. Ecco
perché.
La colposacropessia prevede la sospensione posteriore
della vagina, che viene ancorata all’osso sacro, in una
posizione non fisiologica. Una procedura, questa, che
determina un ridimensionamento se non la chiusura dello
spazio (la tasca di Douglas) che costituisce il punto di
pressione per la defecazione. La conseguenza inevitabile
è il peggioramento della stipsi. Questa sospensione
posteriore, poi, lascia un ampio spazio anteriore, per
cui la vescica può dilatarsi enormemente dando luogo ad
una necessità di urinare frequentemente, alto ristagno
urinario, con rischio di cistiti ed incontinenza.
Le tecniche trans-vaginali prevedono sempre
l’asportazione dell’utero, anche se normale. La vagina è
fissata più in basso e posteriormente rispetto alla
norma. Non corregge il prolasso rettale, anzi, lo
comprime posteriormente rendendo ancora più difficoltosa
l’evacuazione. Una discreta percentuale di queste
pazienti va incontro a rapporti sessuali dolorosi: per
il restringimento della vagina, per cicatrici dolorose e
per l’innaturale avvicinamento di muscoli (pubo-rettali)
sotto la parete vaginale posteriore. La conseguenza è
ancora una volta il peggioramento della stipsi, oltre
all’aumento dei dolori nei rapporti sessuali.
fonte foto: http://users.unimi.it/